Ki Tissà – Gli specchi, il Kiòr e il tempo della vita
- arielshimonaedith
- 6 mar
- Tempo di lettura: 5 min
Oggi, a causa di un piccolo intervento, non riesco a registrare la consueta puntata del podcast. Forse anche questo ha un suo senso: quando siamo costretti a fermarci, a volte il testo ci parla in modo diverso. Con più calma. Con più profondità.
Vorrei allora condividere una breve riflessione mettendo in dialogo alcuni passukim, alcuni versetti della parashà di questa settimana, Ki Tissà.
Il primo riguarda la costruzione del Kiòr, il lavabo di rame posto tra l’altare e la Tenda dell’Incontro.
וְעָשִׂיתָ כִּיּוֹר נְחֹשֶׁת וְכַנּוֹ נְחֹשֶׁת לְרָחְצָה וְנָתַתָּ אֹתוֹ בֵּין אֹהֶל מוֹעֵד וּבֵין הַמִּזְבֵּחַ וְנָתַתָּ שָׁמָּה מָיִם׃וְרָחֲצוּ אַהֲרֹן וּבָנָיו מִמֶּנּוּ אֶת יְדֵיהֶם וְאֶת רַגְלֵיהֶם׃
“Farai un lavabo di rame e il suo piedistallo di rame per l’abluzione; lo collocherai fra la Tenda dell’Adunanza e l’altare e vi metterai dell’acqua.”
Shemot / Esodo 30,18–19
Più avanti la Torah ci rivela qualcosa di sorprendente sull’origine di questo oggetto sacro:
“Fece il lavabo di rame con la sua base di rame con gli specchi delle donne che servivano all’ingresso della Tenda dell’Incontro.”(Shemot / Esodo 38,8)
Su questo versetto si sofferma il Midrash Tanchuma, Pekudei 9.
Il midrash ci riporta in Egitto, negli anni più duri della schiavitù. Il faraone non aveva soltanto oppresso il popolo con il lavoro; aveva cercato di spezzare la continuità stessa della vita. Gli uomini erano costretti a restare nei campi e non potevano tornare alle loro case.
Ma le donne non accettarono che la vita si interrompesse.
Andavano al Nilo ad attingere acqua e, raccontano i Maestri, il Santo benedetto Egli sia riempiva le loro brocche di piccoli pesci. Con questi preparavano cibo e vino e li portavano ai loro mariti nei campi, come è scritto: “in ogni sorta di lavoro nei campi” (Shemot / Esodo 1,14).
E poi accadeva qualcosa di molto semplice.
Tiravano fuori i loro specchi.
Si guardavano insieme ai loro mariti e dicevano quasi giocando: “Guarda, io sono più bella di te.”
E il marito rispondeva: “No, io sono più bello di te.”
Un gesto piccolo. Quasi leggero.
Eppure proprio lì, in mezzo alla schiavitù, la vita ricominciava a scorrere.
Così il popolo continuava a crescere, come è scritto: “Gli Israeliti furono fecondi, si moltiplicarono e crebbero molto” (Shemot / Esodo 1,7).
Quegli specchi, che potevano sembrare oggetti di vanità, erano in realtà strumenti di emunà, di fede nella vita.
Quando nel deserto il Santo benedetto Egli sia ordinò di costruire il Mishkan, tutti portarono le loro offerte: oro, argento, pietre preziose.
Anche le donne portarono qualcosa.
Portarono i loro specchi.
Il midrash racconta che Mosè inizialmente si irritò. Specchi? Oggetti di vanità nel Santuario?
Ma il Santo benedetto Egli sia gli disse:
“Questi specchi sono più preziosi di tutto. Con essi le donne hanno fatto nascere le schiere d’Israele in Egitto.”
E così proprio da quegli specchi nacque il Kiòr, il luogo dell’acqua con cui i cohanim santificavano le mani e i piedi prima del servizio.
È come se la Torah ci dicesse che la santità nasce anche da gesti semplici di vita. Da uno sguardo. Da una parola. Da un atto di amore quando tutto intorno sembra disperazione.
Non è un caso che la tradizione ricordi anche Miriam, la sorella di Moshe e di Aharon. Fu lei a convincere il padre Amram a non separarsi dalla moglie dopo il decreto del faraone, permettendo così la nascita di Moshe.
Ancora una volta qualcuno ebbe la forza di dire: la vita deve continuare.
Questa stessa linea ritorna nella parashà nel momento più drammatico: il peccato del vitello d’oro.
וַיֹּאמֶר אֲלֵהֶם אַהֲרֹן פָּרְקוּ נִזְמֵי הַזָּהָב אֲשֶׁר בְּאָזְנֵי נְשֵׁיכֶם בְּנֵיכֶם וּבְנֹתֵיכֶם וְהָבִיאוּ אֵלָי׃
“Aharon disse loro: togliete gli orecchini d’oro che sono alle orecchie delle vostre mogli, dei vostri figli e delle vostre figlie e portatemeli.”
Shemot / Esodo 32,2
Il Pirkei deRabbi Eliezer (45) spiega che Aharon cercava di prendere tempo. Pensava che chiedere gli orecchini delle donne avrebbe rallentato il progetto.
E infatti le donne rifiutarono.
Non vollero partecipare alla costruzione dell’idolo.
Ma questo racconto non è una contrapposizione tra uomini e donne. Nella visione della Torah l’uomo e la donna sono alleati nella costruzione della vita, creati insieme come è scritto:
“Maschio e femmina li creò”
Bereshit / Genesi 1,27.
Il vitello d’oro avviene quaranta giorni dopo il Dono della Torah, quaranta giorni dopo aver udito la voce di Hashem al Sinai.
È quasi inconcepibile.
Ma forse dovremmo chiederci: quanto è difficile sostenere un’esperienza spirituale così grande?
Quante volte accade anche a noi: proprio quando tocchiamo un momento di luce, nasce dentro di noi una paura improvvisa?
A volte è più facile cadere che restare all’altezza della rivelazione.
Forse allora possiamo chiederci perché le donne seppero attendere?
Forse perché sanno qualcosa che la vita insegna con forza: per costruire una vita servono quaranta settimane, non quaranta giorni.
Sanno quanto fragile sia l’inizio della vita. Sanno che nei primi quaranta giorni una gravidanza può interrompersi.
E proprio per questo sanno che bisogna continuare a credere nella vita anche quando la vita sembra fragile.
Continuare a guardarsi negli occhi. Continuare a costruire la casa. Continuare a credere che il futuro esiste.
Non da sole.
Insieme agli uomini.
Perché la vita del popolo d’Israele nasce sempre dalla collaborazione tra uomo e donna, dalla loro alleanza nella fedeltà alla vita e alla Torah.
Ed è questa stessa forza che accompagna Israele anche nella storia.
La Torah ci comanda:
“Ricorda ciò che ti fece Amalek lungo il cammino, quando uscivate dall’Egitto…non dimenticare.”Devarim / Deuteronomio 25,17–19
Amalek è colui che attacca i deboli quando sono stanchi, colpisce chi è in fondo alla fila, aggredisce senza motivo chi è vulnerabile.
La mitzvà è duplice: ricordare e distruggere.
Ricordare che nel mondo esiste anche questa forza che vuole spezzare la vita.
E quando questa forza si manifesta nella storia, Israele è chiamato a opporvisi.
Non per odio. Ma per difendere la vita.
Anche nei tempi difficili che stiamo vivendo il popolo d’Israele si trova ancora davanti a questa responsabilità.
Ogni generazione incontra il proprio Amalek.
E ogni generazione deve trovare la forza di affrontarlo.
Israele può farlo perché, nel profondo, resta lo stesso popolo nato da quegli specchi.
Il popolo che ha imparato a custodire la vita anche nei momenti più oscuri.
Un popolo che rimane unito.
Un popolo che continua a credere che, nonostante tutto, la luce della Torah non si spegnerà.
E che la scelta fondamentale rimane sempre la stessa:
scegliere la vita, scegliere il bene, e continuare insieme a collaborare con Hashem alla riparazione del mondo.
SHABBAT SHALOM !




Commenti