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Parashat Nasò: Essere visti

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 28 mag
  • Tempo di lettura: 9 min

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A pochi giorni da Shavuot, la festa in cui abbiamo celebrato il dono della Torah, ci troviamo immersi nel mese di Sivan. Chiunque cerchi di coltivare una vita spirituale autentica sa bene che le festività ebraiche non sono parentesi temporali che si aprono e si chiudono: sono sorgenti. La luce ricevuta al Sinai non svanisce con la fine della festa: abbiamo il compito di portarla addosso, nei passi di ogni giorno, all'interno di una quotidianità spesso complessa, faticosa e persino ostile.

La Parashà di questa settimana, Nasò (נָשֹׂא), sembra parlarci proprio di questo: come si custodisce quella luce interiore quando si attraversa il deserto della realtà?

Il titolo della Parashà deriva dall’incipit del quarto capitolo del Libro dei Numeri: «Nasò et rosh bnei Ghershon» – letteralmente, «Solleva la testa dei figli di Ghershon», l'ordine divino di effettuare il censimento.

Nella lingua ebraica, le radici delle parole nascondono abissi di significato. La radice di Nasò è Nun-Sin-Alef (נ-ש-א), una delle più ricche e polisemiche del testo biblico. Può significare: Sollevare / Innalzare (fisicamente lo sguardo o la testa), Portare / Reggere un peso (farsi carico di una responsabilità), Perdonare (nell'ottica della Torah, perdonare qualcuno significa letteralmente «portare via» il peso della sua colpa).

Nel mondo moderno, il censimento è un atto burocratico che appiattisce l'individuo a un numero, a una statistica, a un algoritmo. Nell'Ebraismo è l'esatto contrario: contare qualcuno significa sollevargli la testa. Significa dirgli: «Tu esisti. Tu hai un valore individuale unico e assoluto. Il Creatore ti guarda in faccia, ti chiama per nome e solleva il tuo sguardo verso l'alto». È la risposta divina al bisogno più intimo di ogni essere umano: essere visti e riconosciuti nella nostra unicità.

Come mantenere la testa sollevata quando l’ambiente circostante spinge verso il basso?

Il testo introduce la figura misteriosa del Nazìr (il nazireo), le cui leggi sono codificate dettagliatamente nella Torah (Numeri 6:1-21): un individuo comune che, mosso da un impulso interiore, sceglie di fare un voto solenne di astensione per un periodo limitato (la tradizione rabbinica stabilisce un minimo di un mese). Il suo voto si regge su tre pilastri rigidi: l’astensione totale dal vino e da ogni derivato dell'uva, il divieto di tagliarsi i capelli e l’obbligo tassativo di evitare la contaminazione con i cadaveri (una restrizione di purezza persino più severa di quella dei Kohanim, i sacerdoti comuni, e pari solo a quella del Sommo Sacerdote).

Alla fine del suo percorso, la Torah prescrive che il Nazìr porti al Tempio un sacrificio espiatorio, un Chatat (un sacrificio per il peccato). Nel Talmud (Talmud Bavli, Taanit 11a), i maestri si interrogano profondamente su questo paradosso, mostrando due visioni opposte:

  • Rabbi Elazar HaKappar , poggiandosi su Numeri 6,11, afferma che il Nazìr è chiamato "peccatore" dalla Torah perché si è privato di un piacere lecito che Dio ha creato e permesso nel mondo, come il vino.

  • Rabbi Elazar  poggiandosi su Numeri 6,5 sostiene l'esatto contrario: il Nazìr è definito "santo" (kadosh) perché ha saputo autodisciplinarsi, elevando l'astinenza a virtù spirituale.

La Ghemara (Taanit 11a) risolve la contraddizione distinguendo i contesti dei versetti: Secondo la Ghemara, «הָהוּא אַגִּידּוּל פֶּרַע קָאֵי» — il termine kadosh si riferisce specificamente alla crescita consacrata dei capelli (giddùl pera), non al Nazìr in quanto persona. E «הָהוּא דְּסַאֵיב נַפְשֵׁיהּ» — il termine "peccato" si applica esclusivamente a chi si è contaminato. Una distinzione sottile ma teologicamente importante.

Apriamo ora ad una grande lezione di Maimonide (il Rambam). Nelle sue leggi sull'etica, gli Hilkhòt De'òt, il Rambam teorizza lo Shvil HaZahav, la "via d'oro" della moderazione (Mishneh Torah, Hilkhot Deot 1:4). L'equilibrio è la strada maestra per l'essere umano. Tuttavia possiamo ammettere l'estremismo del nazireato che può diventare uno strumento necessario come terapia temporanea dell'anima. Se ci si accorge che il proprio carattere ha deviato gravemente verso un vizio – come l'orgoglio, la rabbia o la ricerca smodata dei piaceri – per raddrizzarlo non basta mettersi nel mezzo: può essere necessario praticare temporaneamente l'estremo opposto, finché l'anima non si sfiamma e ritrova il suo centro naturale. (Mishneh Torah, Hilkhot Deot 2:2)

La bellezza e la purezza di questo intento terapeutico sono racchiuse in un celebre racconto del Talmud, nel trattato di Nedarim 9b (riportato anche in Nazir 4b). Il sommo sacerdote Shimon HaZadik dichiarò di non aver mai accettato di mangiare l'asham di un Nazìr che era diventato ritualmente impuro. Non lo faceva per una generica diffidenza, ma per una precisa preoccupazione halakhica: temeva che il Nazìr, scoprendosi improvvisamente contaminato e costretto a ricominciare da capo l'intero periodo di voto, potesse pentirsi (charatà) della sua scelta originaria. Un sacrificio portato con rammarico o risentimento avrebbe rischiato di trasformarsi in un atto non puro.

Un giorno, però, le cose andarono diversamente. Si presentò al Tempio un giovane pastore del sud, dai bellissimi occhi, un aspetto splendido e magnifici capelli ricci disposti in trecce. Shimon HaZadik, vedendolo, gli chiese perché volesse radere e distruggere una simile bellezza. Il ragazzo rispose con assoluta lucidità:

«Ero un pastore per mio padre, sono andato ad attingere acqua alla sorgente, ho guardato il mio riflesso e il mio istinto ha cercato di farmi deviare dal mondo. Allora gli ho detto: malvagio, ti vanti in un mondo che non è tuo, di qualcosa che è destinato ai vermi e alla polvere? Giuro sul servizio divino che raderò questi capelli a favore del Cielo».

Commosso da un'intenzione così limpida, profonda e priva di qualsiasi rimpianto, Shimon HaZadik si alzò, gli baciò la testa e pronunciò le parole che oggi leggiamo nella Ghemara: «Figlio mio, possano moltiplicarsi in Israele coloro che fanno voto di nazireato come te».

Maimonide individua una seconda eccezione alla via della moderazione, drammaticamente attuale per ognuno di noi. Se l'ambiente sociale in cui si vive è totalmente corrotto, se la verità è capovolta, la giustizia calpestata e i valori della Torah non sono rispettati, la semplice moderazione non basta più a proteggerci. In questi contesti storici ed esistenziali estremi, il Rambam stabilisce che l’uomo deve allontanarsi radicalmente, arrivando a isolarsi nelle grotte, nei boschi o nei deserti, come invita Geremia (9,1) piuttosto che farsi trascinare dallo stile di vita circostante (Mishneh Torah, Hilkhot Deot 6:1), citando anche fedelmente il versetto delle Lamentazioni 3:28:

«Yeshev badad veyidom» (יֵשֵׁב בָּדָד וְיִדֹּם) – «Sieda da solo e taccia».

Mentre scriveva queste righe, il Rambam subiva in prima persona la persecuzione feroce e l'intolleranza degli Almohadi, e aggiunse nel testo una nota amara: «Kemo zmanenu» («come ai nostri tempi»). Ammetteva che l'oscurità sociale e il capovolgimento etico, nella storia, tendono tragicamente a diventare la norma.

Questa struttura etica, a mio avviso, descrive perfettamente la condizione storica del popolo ebraico: la nostra perenne solitudine esistenziale nel mondo, la parzialità e il rifiuto che spesso subiamo dalle nazioni della storia. È la profezia che Balaam pronunciò nel Libro dei Numeri: «Ecco, un popolo che abita separato e non si conta tra le nazioni» (Numeri 23:9).

La separazione non è una punizione, è la nostra identità profonda. Commentando il celebre comando «Kedoshim tihyu» – «Siate santi» (Levitico 19:2), Rashi parla esplicitamente di separazione dalle trasgressioni e confini morali. Ma Nachmanide (il Ramban) va molto più a fondo nel suo commento (Ramban su Levitico 19:2) e conia un'espressione formidabile: la santità richiede di elevarsi sopra il lecito, per evitare di diventare un «naval bireshut haTorah» – un dissoluto con il permesso della legge (colui che rispetta formalmente la norma tecnica ma svuota completamente lo spirito e l'etica della Torah), il popolo è chiamato a questa trascendenza continua.

Nel suo capolavoro filosofico, il Kuzari, Yehuda HaLevi spiega questa sofferenza diasporica con una metafora immensa: Israele, tra le nazioni del mondo, è come il cuore tra gli organi del corpo (Sefer HaKuzari, Parte Seconda, 36-44). Il cuore è centrale, ma è anche il più sensibile di tutti gli organi; avverte ogni minimo squilibrio biologico, sente il dolore e la tossicità del sistema per primo e in modo infinitamente più intenso. La nostra solitudine storica non è un segno di abbandono divino, ma il riflesso di una relazione intimamente privilegiata e di una profonda sensibilità spirituale.

Se la risposta alla corruzione del mondo è la separazione, come possiamo abitare la realtà di ogni giorno senza chiuderci in una fortezza d'ascesi? Una risposta profonda si trova nel cuore di Nasò: la Birkat Kohanim, la solenne Benedizione Sacerdotale, che i Kohanim hanno il dovere di pronunciare sul popolo a una sola, imprescindibile condizione: be-ahavà, con amore.

Il primo livello della benedizione chiede una protezione: «Ti benedica il Signore e ti protegga» (Numeri 6:24). Ma è il secondo versetto che custodisce il vero segreto relazionale: «Ya'er Adonai panav eleykha vikhuneka» – «Faccia il Signore risplendere il Suo volto su di te e ti conceda grazia» (Numeri 6:25).

La parola Vikhuneka deriva dalla radice Chen (חן), tradizionalmente tradotta come "grazia" o "simpatia". Lo Chen è qualcosa di profondamente irrazionale, un’empatia misteriosa che non obbedisce alla logica rigida dei meriti. È quella grazia innata che permette a certe persone, nonostante i loro evidenti difetti, di essere amate, comprese e perdonate a pelle. Il maestro chassidico Rav Tzadok HaKohen di Lublin nota nel suo testo Peri Tzadik che la grazie, Chen agisce «anche quando non se ne è degni» (Peri Tzadik, Parashat Nasò 4). Nel Sod Yesharim, Sukkot 19:1 (il discepolo di Rav Mordechai Yosef di Izhbitz) afferma esplicitamente: come Noach, del quale la Scrittura dice che «trovò grazia (Chen) agli occhi del Signore» (Genesi 6:8) al di là dei suoi meriti oggettivi perché ebbe fiducia, bitachon.


Il Midrash, nel Bamidbar Rabbah 11:6, elenca i grandi modelli storici che hanno ricevuto questo specifico dono: Yosef in Egitto, Ester in Persia, Daniele in Babilonia. Pensateci: tutti e tre si trovavano esattamente nello scenario descritto da Maimonide, immersi in imperi totalitari, corrotti, idolatri e oppressivi. Eppure, non fuggirono nel deserto o nelle grotte. Dio concesse loro questa grazia, lo Chen: una forza magnetica che agisce come uno scudo relazionale all'interno della società. Questa è la vera alternativa divina all'isolamento: lo Chen abbatte i pregiudizi del mondo e permette di rimanere integri e santi dentro, pur restando capaci di toccare, ammorbidire e ispirare il cuore di chi ci circonda.

Mi sembra importante ricordare che l'intera benedizione sacerdotale si esprime rigorosamente al singolare. L’ultimo verso recita: «Rivolga il Signore il Suo volto verso di te e ti conceda pace» (Numeri 6:26). Dio non si rivolge alla massa informe, si rivolge a te, individuo unico e specifico. La pace, lo Shalom, nasce da questa consapevolezza: chi sa di essere unico agli occhi di Dio è profondamente in pace con se stesso, non ha alcun bisogno di competere, aggredire o dominare gli altri.

Per farci comprendere come funzioni questo sguardo intimo, il Rabbino Capo Rav Jonathan Sacks, di benedetta memoria, raccontava una parabola commovente nelle sue riflessioni sulla Parashà (Covenant & Conversation, Naso). Un uomo, sulla banchina di un porto, nota un bambino che saluta con una gioia immensa e una convinzione assoluta una nave lontanissima all'orizzonte, poco più di un puntino nell'oceano. L'uomo si avvicina e gli dice: «Piccolo, ma lo sai che da lassù nessuno può distinguerti? Sei troppo lontano perché ti vedano». Ma il bambino, continuando a sventolare la mano, risponde: «Certo che mi vede! Sto salutando il Capitano della nave. Il Capitano è il mio papà. Lui sa che lo sto aspettando, mi sta cercando con lo sguardo proprio ora, ed è felice di vedere che sono qui».

Questo è il Panim, il Volto di Dio cui ci rivolgiamo e che ci illumina: lo sguardo di quel Padre sulla nave, che fissa gli occhi sulla nostra anima al di là dei nostri fallimenti, dei nostri ritardi e delle nostre cadute, semplicemente perché esistiamo e siamo Suoi figli.

Ci si connette a questo sguardo attraverso la Dvekut, l'attaccamento costante al Divino. Il Rambam, nella sua opera filosofica, suggerisce di cercare momenti di totale solitudine intellettuale, meditando in silenzio sul proprio letto di notte (Moreh Nevuchim Parte III, Cap. 51). E Rabbi Nachman di Breslov porta questa pratica nella quotidianità pratica attraverso la sua nota ora di hitbodedut – l'isolamento strutturato per parlare a tu per tu con il Creatore come con un amico intimo (Likutei Moharan, II, 25), aggiungendo un dettaglio sublime: il vertice dell'incontro si raggiunge quando le parole finiscono, quando la bocca si sigilla e si sperimenta la pura, nuda presenza silenziosa.

È la splendida immagine del Salmo 131:2, commentata magistralmente nel commento moderno di Rav Adin Steinsaltz e, storicamente, dal Malbim

«Ho placato e rasserenato la mia anima, come un bambino svezzato (gamul) tra le braccia della madre».

A differenza del neonato che piange, si agita e stringe il petto per il bisogno materiale, istintivo e biologico del latte, il bambino svezzato si accoccola tra le braccia della madre senza chiedere nulla. Non ha pretese, non ha fame da colmare. Cerca e riceve una sola cosa: un'intimità pura, una vicinanza libera dal bisogno fisico, consapevole della propria insufficienza. Silenzio e presenza.

Sollevare la testa, allora, significa proprio questo. Sapere che, nel deserto della storia o nel rumore quotidiano, il Capitano della nave ci sta cercando con lo sguardo. La nostra separazione non è una condanna all'isolamento, ma un custode di santità. Se custodiamo questo legame, Hashem ci rivestirà di uno Chen capace di illuminare l'oscurità circostante. La pace abita lì: nel silenzio di un'anima svezzata che si posa, fiduciosa, tra le braccia di suo Padre.


SHABBAT SHALOMO



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