top of page

Korach, l'estate dell'Anima

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 18 giu
  • Tempo di lettura: 6 min

Siamo entrati nel mese di Tammuz. La letteratura rabbinica chiama questa stagione tekufat Tammuz — il periodo che contiene il solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno, quello in cui la luce tocca il suo massimo e tuttavia, da quel momento in poi, comincia a declinare. La tradizione ebraica ha sempre guardato all’estate con una certa malinconia spirituale: è il tempo che culmina nel ricordo della distruzione del Tempio, il tempo in cui la storia ebraica ha conosciuto alcune delle sue ferite più profonde.

“Anche le tenebre non sono oscure per Te, e la notte splende come il giorno; le tenebre sono come la luce.” Salmo 139:12

La notte che splende come il giorno. Un paradosso quasi impossibile. Eppure è questa la promessa nascosta dentro Tammuz — dentro la parashà di questa settimana, dentro il 3 di Tammuz, dentro la lezione di Maimonide sul palazzo del Re. Oggi mettiamo in conversazione questi elementi. E scopriamo che Korach non è solo un personaggio biblico: è uno specchio.

Korach era un uomo di rango. Levita, imparentato con Moshe, di famiglia illustre. Non si presentò come un ribelle volgare, ma come un riformatore. Le sue parole, riportate in Numeri 16:3, suonano quasi nobili:

“Tutta la congregazione è santa, il Signore è in mezzo a loro. Perché vi innalzate sopra l’assemblea del Signore?”

Uguaglianza. Santità condivisa. Critica al privilegio. Se avesse vissuto oggi, avrebbe avuto milioni di follower.

Rashi, aprendo il suo commento, pone una domanda apparentemente semplice: “Korach, cosa ha visto per fare questa scelta?” (Rashi su Numeri 16:1, citando il Midrash Tanchuma). La risposta è nell’invidia. Korach non riusciva ad accettare che Elzaphan ben Uziel fosse stato nominato capo della famiglia dei Kehatiti. Invece di elaborare questa frustrazione, l’ha rivestita di un’ideologia. È la struttura del populismo: prendere un dolore personale, coprirlo con un ideale che suona bene, usare il malcontento delle masse come carburante per un’ambizione privata.

La Mishnah in Pirkéi Avot (5:17) distingue tra la disputa le-shem Shamayim — per il nome del Cielo, come quella tra Hillel e Shammai — e quella che non lo è. E quando vuole descrivere quest’ultima, non dice “la disputa tra Korach e Moshe”, ma: “la disputa di Korach e di tutta la sua fazione.” Nella fazione di Korach non c’era vera unione. C’erano persone diverse, alleate temporaneamente solo perché avevano un nemico comune. Quando il collante è l’odio verso qualcuno e non la fede in qualcosa, quella alleanza porta già in sé i germi della propria dissoluzione.

Il Kli Yakar approfondisce la psicologia dell’invidia (kin’ah): Korach usa una retorica egualitaria per mascherare una brama di privilegio. Moshe lo smonta non discutendo dello slogan, ma nominando la realtà:

“È forse poco per voi che il Dio d’Israele vi abbia separati... cercate anche il sacerdozio?” (Numeri 16:9-10).

Non risponde all’ideologia. Risponde alla verità.

La prima reazione di Moshe di fronte alla ribellione è descritta con tre parole: Vayipol al panav “cadde sul suo volto” (Numeri 16:4).

Il Ramban (Nachmanide) fa notare qualcosa di preciso: il testo dice “cadde sul suo volto” al singolare, non al plurale. Perché? Perché Aharon, nella sua modestia e santità, non disse parola. Solo Moshe cade. La tradizione chassidica legge in questo gesto il concetto di bittul, l’annullamento dell’ego: Moshe non attiva le sue difese psicologiche, non risponde con l’autorità che gli compete, si apre e lascia che sia Dio a gestire la risposta. La sua leadership non gli appartiene.

Poi fa qualcosa di psicologicamente straordinario: dice a Korach e a tutta la sua congrega “Domani mattina il Signore farà sapere chi è Suo...” (Numeri 16:5).

Domani. Non adesso. Il testo stesso impone questa pausa deliberata, una notte intera tra l’accusa e la risposta. La folla è in preda a un’ondata emotiva collettiva. La pausa è saggezza: lascia sbollire quell’onda, apre la porta alla teshuvah.

Ma il gesto più grande arriva quando Datan e Aviram si rifiutano persino di presentarsi, rispondendo con disprezzo: “Lo na’aleh, non verremo su."

Il Talmud (Sanhedrin 110a) ci dice: Moshe si alza. E cammina verso di loro. Il leader supremo d’Israele cammina fisicamente verso le tende dei suoi oppositori più sprezzanti. Ne traiamo un principio universale: “Non bisogna perseverare in una disputa.” In tutta questa vicenda, Moshe non ha mai reso personale la ribellione. Ha difeso una verità, non il suo ego.

Il 3 di Tammuz porta due memorie sovrapposte. La prima: il giorno in cui Giosuè ordinò al sole di fermarsi su Gabaon (Giosuè 10:12). La seconda: il 3 Tammuz 5754 (1994), la scomparsa fisica dell’ultimo Rebbe di Chabad-Lubavitch, Rabbi Menachem Mendel Schneerson.

La Chassidut legge questi due eventi attraverso la stessa lente: il sole che non tramonta è la metafora della luce spirituale del Tzaddik che continua oltre i limiti del corpo fisico. La sua influenza si è interiorizzata. E quando il sole si ferma, il lavoro passa ai soldati a terra: la responsabilità della Geulah passa a ogni singolo individuo. La spiritualità non scende più dall’alto. Deve fiorire dal basso.

Nel Capitolo 51 della Guida dei Perplessi, Maimonide usa una metafora che ha attraversato i secoli: un castello con un re al suo interno, circondato da sudditi a diversi gradi di vicinanza.

Fuori dalla città: chi nega Dio. In città, ma con le spalle rivolte al palazzo, che cammina nella direzione opposta: chi possiede religione e pensiero ma abbraccia dottrine false, categoria più grave di chi semplicemente non cerca, perché si allontana attivamente dal Re. In cammino verso il palazzo: chi studia, interroga, cerca. All’ingresso: chi ha acquisito vera conoscenza. Nelle stanze interne, al cospetto del Re: i profeti e i grandissimi giusti, Moshe.

La domanda: un gentile può entrare nel palazzo? La risposta di Maimonide è inequivocabile: la vicinanza a Dio non dipende dall’origine etnica, ma dalla conoscenza e dalla ricerca della verità. Un non ebreo che osserva i sette precetti noachidi riconoscendoli come comandati da Dio a Mosè è Chassid Umot HaOlam — Giusto delle nazioni — e ha parte nel mondo futuro (Mishneh Torah, Hilchot Melachim 8:11). La prossimità a Dio è una questione di coscienza, non di passaporto.

Il Talmud dice che nell’era messianica non si accetteranno convertiti: la gloria di Gerusalemme sarà talmente evidente che sarebbe impossibile distinguere chi si converte per fede autentica. L’idolatria scomparirà, ma le missioni rimarranno distinte: Israele con i 613 precetti, le nazioni con le sette noachidi. Non uniformità: unità organica.

Il Maharal di Praga: il cuore ha una funzione diversa dall’occhio, dal fegato, dalla mano. Nessun organo invidia l’altro. Durante Succot quando c'era il Tempio venivano offerti 70 tori, per le 70 nazioni del mondo (Talmud, Sukkah 55b). Israele non prega per sé. Prega per tutti.

Korach voleva togliere le distinzioni per invidia, voleva che tutti fossero Cohen perché lui voleva essere Cohen. Il mondo del Mashiach mantiene le distinzioni non perché siano gerarchia, ma perché sono armonia.

Il 3 di Tammuz cura la piaga di Korach ricordandoci che il Leader spirituale non toglie spazio ai singoli, ma funge da canale affinché la luce divina scorra in ogni membro del corpo dell’umanità.

Quello che Korach fa, che ci viene narratato in questa porzione della Torah, le nazioni lo fanno nella storia. Prendono una frustrazione e la rivestono di uno slogan. Ma sotto c’è l’invidia, il rifiuto del ruolo altrui, il desiderio di togliere all’altro quello che si ritiene di meritare per sè.

L’accordo che si profila tra grandi potenze e l’Iran degli Ayatollah — un regime che ha dichiarato apertamente la propria volontà di cancellare Israele dalla mappa — non ci deve spaventare. Chi si pone contro Israele, contro il Dio d’Israele, si trova dalla parte sbagliata della storia.

La risposta che ci viene chiesta non è la paura. È la chiarezza. Sapere chi siamo. Sapere qual è il nostro ruolo. Agire con umiltà e con determinazione.  Come Moshe, che non ha paura di andare verso i suoi nemici per amore della pace, nella certezza della Giustizia divina. Che si è svuotato dell’ego lasciando parlare la Verità per la Sua verità.

Tammuz non è solo il mese del lutto. È il mese in cui il sole si ferma. È il mese in cui la notte comincia a splendere come il giorno.

L'oscurità che sembra prevalere nel mondo presente è solo luce nascosta che aspetta di essere rivelata. Noi continuiamo a camminare a testa alta, fieri della nostra identità, saldi nel nostro ruolo, pronti a scegliere la vita e il bene. Sempre.


 

Shabbat Shalom


Fonti principali

• Numeri 16 (Parashà Korach)

• Rashi su Numeri 16:1 (citando Midrash Tanchuma)

• Ramban (Nachmanides) su Numeri 16:4 (modestia di Aharon)

• Kli Yakar su Numeri 16:3

• Pirkéi Avot 5:17 (Mishnah)

• Talmud Bavli, Sanhedrin 110a 

• Talmud Bavli, Yevamot 24b

• Talmud Bavli, Sukkah 55b

• Maimonide, Guida dei Perplessi III:51

• Maimonide, Mishneh Torah, Hilchot Melachim 8:11

• Giosuè 10:12

• Salmo 139:12

• Maharal di Praga, Netzach Yisrael

• Insegnamenti chassidici su Gimmel Tammuz (Chabad)


Commenti


© 2023 by "This Just In". Proudly created with Wix.com

bottom of page