C'è un rumore di fondo che dobbiamo spegnere per fare spazio a ciò che conta davvero: fare Shabbat ascoltando la Torah, con l’impegno delle mitzvot e la gioia e la santità della casa (il nostro Bayit ebraico).
Prima ancora di arrivare alle spie, vale la pena fermarsi su un paradosso doloroso: questo popolo ha attraversato il mare a piedi asciutti, ha mangiato il pane del cielo, ha sentito la voce di Dio al Sinai. E adesso: lamento, noia, sfiducia.
Come si dimentica così in fretta? La domanda non è retorica. È la stessa domanda che ciascuno di noi può rivolgere a sé stesso nei momenti di grigiore interiore...
Chi deve vedere questa luce?
Il Kohen?
Il popolo?
O il mondo?
“Luce per le nazioni” non significa che le nazioni ci applaudono, significa che ci guardano, ci osservano, ci giudicano.
Significa che a volte ci ammirano. Ma spesso la luce infastidisce.