top of page

Trentesima puntata - Parashat Tetzavhe: l'ulivo e la Luce che brucia

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 27 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

 

“וְאַתָּה תְּצַוֶּה”

In questa trentesima puntata dedicata alla Parashat Tetzavhe, partendo dal versetto “VeAtah Tetzavhe”, riflettiamo sul simbolo dell’olio puro, dell’ulivo e della luce perpetua.


Attraverso i commenti di Rashi, del Ramban e dei Midrashim, emerge un’immagine potente: Israele come ulivo, radicato, contorto, pressato, ma capace di dare luce.


Che cosa significa essere eletti? Privilegio o responsabilità?

Essere “luce per le nazioni” è forse un peso più che un onore?


Una riflessione sull’identità, sulla separazione, sul senso dell’Unicità e sullo Shema come testimonianza che non impone, ma illumina.


 “E tu comanda…”

Shemot/Esodo 27,20

Non è un inizio dolce. Non è una carezza. È un comando.

“E tu, comanda ai figli di Israele di recarti dell’olio d’oliva puro, pressato, per l’illuminazione, per accendere un lume perpetuo.”

Perché proprio l’olio? Perché proprio l’ulivo? Perché la luce deve essere “tamid”, perpetua, eterna?

Rashi ci dice che l’olio doveva essere purissimo, la prima goccia, quella che esce senza pressione eccessiva. Non ciò che è schiacciato brutalmente, ma ciò che stilla con precisione, con cura. Dal Ramban possiamo imparare che questa luce non era per Dio — Dio non ha bisogno di luce — ma per Israele. Per noi. Per ricordarci chi siamo.

Ma se è per noi, perché la Torah parla di “lampada perpetua”?

Chi deve vedere questa luce?

Il Kohen?

Il popolo?

O il mondo?

Lo Shemot Rabbah paragona Israele all’ulivo.Tutti gli alberi perdono le foglie. L’ulivo no.Tutti gli alberi si innestano su altri. L’ulivo mantiene la sua identità.

L’olio che non si mescola ad altri liquidi che ostinatamente resta separato. L’olio si estrae solo attraverso la pressione.

Allora Israele è ulivo perché non cade?

O perché deve restare separato e sopravvive sotto pressione?

Il Midrash Tanchuma dice qualcosa di ancora più audace: così come l’olio porta luce nel mondo, Israele è chiamato a portare luce alle nazioni.

Luce. Non dominio.

Luce. Non conquista.

Luce. Non assimilazione.

E qui la domanda diventa scomoda.

“Che cosa significa essere separati? Che cosa significa kadosh, Santo?”

Israele e la sua elezione, eletto, per cosa?

Per privilegio?

Per protezione?

Per superiorità?

O per essere spremuto?

L’olio esce solo quando l’oliva viene pressata.

Perchè la luce resti accesa l’olio deve consumarsi.

L’elezione non è un premio. Forse somiglia più ad una responsabilità, che può consumare e bruciare.

“Luce per le nazioni” non significa che le nazioni ci applaudono, significa che ci guardano, ci osservano, ci giudicano. Significa che a volte ci ammirano. Ma spesso la luce infastidisce.

E allora mi chiedo e vi chiedo, con timore:

Perché lungo la storia cristianesimo e islam hanno sentito il bisogno di convertirci, di inglobarci, di eliminarci? Perché sembra così difficile per loro esistere senza negare la nostra permanenza?

Se siamo solo un piccolo popolo, perché disturbiamo così tanto?

E dall’altra parte osservo:

Perché le culture dell’Estremo Oriente — Buddismo, Induismo, Confucianesimo, Taoismo — non hanno questa urgenza? Perché non hanno cercato di cancellarci? Perché non hanno sentito il bisogno di sostituirsi a noi?

Scopro invece che tanti ebrei andati in India da atei, in cerca di dissoluzione, hanno incontrato dei Lama che hanno detto loro:

“Tu sei ebreo. Torna alla Torah.”

Perché un monaco tibetano può rispettare l’identità ebraica più di un prete, un pope, un imam o un teologo monoteista?

Forse perché le religioni universaliste occidentali fondano la propria verità sull’esclusività storica: Se Israele rimane, la loro narrazione è incompleta. Se Israele continua ad esistere, la sostituzione non è avvenuta.

Le tradizioni orientali non si fondano sulla sostituzione. Non devono cancellare per esistere. Non devono convertire per legittimarsi.

E allora mi domando:

Forse non è questione di monoteismo contro politeismo. Forse è questione di identità fragile contro identità radicata, vera, forte.

Israele non chiede a nessuno di diventare Israele, di prendere il peso delle mitzvot, dei precetti, di rispettare il brith, il Patto. Israele si confronta con sé stessa e chiede conto a sé stessa di essere Israele. Israele non cerca adepti. Non misura la propria verità dal numero. Non ha bisogno di essere maggioranza per essere vero.

E forse, paradossalmente, quelle culture considerate “politeiste” da cristiani e mussulmani, sono capaci di accettare l’Unicità di Hashem, perché non la vivono come una minaccia alla propria spiritualità, alla propria identià, al proprio sistema. La riconoscono come Verità, senza paura.

Mentre chi proclama un unico Dio, ma non tollera che Israele continui a testimoniarlo nella propria forma originaria, è davvero così sicuro di ciò che proclama?

E allora torno al versetto.

“E tu comanderai…”

Non è un invito. È un peso.

Israele deve portare olio puro. Non olio misto.

Non luce intermittente.

Non identità annacquata.

Olio puro. Identità pura.

Luce costante. Tamid.

Ma la luce tamid consuma. Brucia. Espone.

Siamo pronti ad accettare che l’elezione non sia un privilegio ma una combustione lenta?

Siamo pronti a capire che l’ulivo vive secoli, ma cresce lentamente, contorto, resistente, spesso solitario? L’ulivo contorto, segnato dal vento, dalla pietra, dalla siccità.

Vive millenni. Non è fragile perché è radicato.

Forse essere Israele significa questo:

Restare radicati, continuare a dare olio.

Non convertire. Non sostituire. Non annullare.

Ma ardere, continuare a portare luce anche quando il mondo preferirebbe tagliare l’albero, preferirebbe il buio.

Israele continua ad esistere perché l’olio puro non grida.

Non invade.

Non impone.

Illumina, cancella il buio anche per chi non vuole vedere, anche per chi vorrebbe spegnere tutto, perché la luce non nasce per convincere. Nasce per testimoniare.

Testimoniare che l’Uno esiste.

Che l’Uno è.

Che l’Uno non ha bisogno di cancellare nessuno per essere Uno.

Forse è questo il peso dell’ulivo.

Forse è questo il peso della luce. Ricordare al mondo — e prima di tutto a noi stessi — che l’unità non si impone, si proclama vivendo.

E allora, mentre l’olio arde e si consuma, mentre la fiamma resta sottile ma diritta, Israele continua a sussurrare la propria verità, la stessa da millenni:

שְׁמַע יִשְׂרָאֵל ה׳ אֱלֹהֵינוּ ה׳ אֶחָד

Ascolta, Israele.Hashem è il nostro Dio.Hashem è Uno.

 

Commenti


© 2023 by "This Just In". Proudly created with Wix.com

bottom of page