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Giacobbe e Israel - due nomi, due essenze

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 5 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Questa settimana ho l'onore di ospitare il commento di Rav Tomer Corinaldi, Rabbino Capo di Verona, alla Parashà Vayishlach.

Sono certa saprete apprezzare questo importante testo.

Noi siamo il popolo d’Israele. Siamo i discendenti di Israele – cioè di Giacobbe. Qual è il significato del cambiamento di nome?

Nella nostra Parashà il nome di Giacobbe viene cambiato in Israele due volte.

La prima volta, dopo la lotta con il messaggero divino, in cui Giacobbe prevale: «Non ti chiamerai più Yaakov, ma Israel, perché hai lottato con Elohim e con gli uomini e hai vinto.» (Genesi 32:29)

Elohim, come in altri luoghi della Torah, indica qui autorità o potenza spirituale

Che cosa succede qui?

Giacobbe è una persona che per tutta la vita fugge dalle difficoltà: già nel grembo si aggrappa a Esaù, poi ruba la benedizione. In seguito scappa da Esaù, giunge da Labano a Haran, e più volte accetta le sue menzogne e i suoi inganni, finché fugge anche da lui. Anche qui, di fronte a Esaù, Giacobbe ha paura: manda doni per placarlo e divide il campo in due per timore che Esaù li uccida, così che almeno una parte della famiglia possa salvarsi.

Il messaggero divino costringe Giacobbe a lottare. Giacobbe lotta e non cede. Capisce che sta accadendo qualcosa di speciale:

«Ho visto Eloqim faccia a faccia» .

Questa volta Giacobbe chiede apertamente la benedizione, senza sotterfugi. Lotta faccia a faccia e ora pretende la benedizione: questo è Israele — Yashar–El, diretto verso Hashem. Non tortuoso, non subdolo: retto e diretto. Israele. Israele guarda in faccia, con forza e con coraggio.

La seconda volta avviene quando Giacobbe ritorna a Bet-El, nel luogo dove Hashem gli era apparso nel sogno della scala: «Il tuo nome è Yaakov; non ti chiamerai più Yaakov, ma Israel sarà il tuo nome.» (Genesi 35:10)

Giacobbe chiude un cerchio. Quel giovane che era fuggito dal fratello senza nulla ritorna nello stesso luogo dopo aver affrontato un mondo pieno di odio, persecuzioni e inganni. Ora ritorna forte, con un grande accampamento: una tribù, una potenza economica e spirituale, una resilienza profonda.

Giacobbe rappresenta ciò che sta dietro — la paura che porta alla fuga o al compiacere. Israele è colui che affronta. Giacobbe doveva attraversare una vita piena di sfide. È cresciuto e si è fortificato negli anni, ma solo quando ha guardato quella figura spirituale dritto negli occhi — come diciamo in ebraico, “nel bianco degli occhi” — e ha affrontato con coraggio le sue paure, ha meritato il nome Israele.

Il risveglio e il cambiamento dal basso portano anche il cambiamento dall’alto. Non bisogna aspettare che il destino ci redima: dobbiamo agire. Allora Hashem effonde la Sua forza e conferma il nome dato dal messaggero divino, aggiungendo una benedizione. Yaakov cambia e diventa il padre del popolo d’Israele.

Dopo la lotta, Esaù rispetta Yaakov. E subito prima che Hashem gli dia la benedizione, la Torah racconta che “il timore di Eloqim” cadde sulle città circostanti e nessuno inseguì i figli di Giacobbe. La trasformazione è evidente — e viene percepita dal mondo intero.

Siamo chiamati con il nome di Yaakov–Israele e non con il nome degli altri Patriarchi, perché la nostra strada come popolo è la stessa strada di Giacobbe.

Abbiamo sofferto per millenni odio, gelosia, persecuzioni e antisemitismo. Ci siamo sentiti piccoli, ospiti tollerati, costretti ad abbassare il capo, a nasconderci, a compiacere, ad aspettare che l’ira passasse. Eppure abbiamo costruito qualcosa di forte: una resilienza spirituale e psicologica straordinaria.

Solo negli ultimi centocinquant’anni il popolo d’Israele è tornato nella sua terra e ha affrontato direttamente i suoi nemici: i Paesi arabi, il Mandato britannico, e oggi un terrorismo crudele — da soli contro il mondo intero. Il mondo ha riconosciuto il popolo d’Israele e gli ha dato uno Stato. Gli ebrei tornano nella loro terra e ricevono di nuovo il nome Israele: Israeliani. Dritti, non tortuosi. Non in ritirata. Affrontare. È il coraggio di lottare che porta riconoscimento e valore.

E come per Yaakov, anche per noi questo è un cambiamento identitario profondo: nella diaspora eravamo “Giacobbe” — prudenti, perseguitati, impauriti, in attesa che passasse l’ira. In Israele siamo tornati a essere “Israel” — eretti, determinati, affrontando il nostro destino senza fuggire. È la stessa trasformazione vissuta da Giacobbe, ma su scala di un intero popolo.

Rav Nachman di Breslav scrive: «Tutto il mondo intero è un ponte molto stretto — e la cosa principale è non aver paura.» Il cantante israeliano Evyatar Banai interpreta secondo me questa idea: «Non aver paura della paura.» La paura esiste — è parte dell’essere umano. La domanda è se la affrontiamo o la

fuggiamo. Vai diritto. Yashar–El. Questo è il significato del nome Israel: diretto verso Dio — E l — e diretto verso il proprio scopo. Retto con E L e retto con gli uomini. Con forza, con resilienza.

Ed è così nella vita personale di ciascuno, ed è così per noi come popolo.

Am Israel Chai ❤️

Shabbat Shalom a tutti 🌻

Rav Tomer Corinaldi




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