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Beha’alotekhà — “quando farai salire” la luce.

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 3 giu
  • Tempo di lettura: 7 min

Parashàt Be-Ha'Alotechà: un percorso dal desiderio incontrollabile alla luce dell'anima


C'è una parola che la Torah sceglie con cura straordinaria all'inizio di questa Parashà:

בְּהַעֲלֹתְךָ אֶת־הַנֵּרֹת — "quando farai salire le lampade" (Numeri 8:2).

Non dice ad Aronne: accendi le lampade. Il verbo salire, ascendere, elevarsi dalla radice ע–ל–ה, ayin-lamed-he.

La stessa radice dell'aliyà. La stessa dell'olà, l'offerta che "sale" verso il Cielo. La stessa che usiamo quando diciamo che qualcuno sale in Israele.

Rashi lo nota con la sua consueta precisione: il sacerdote doveva avvicinare la fiamma alla lampada e tenerla finché la fiamma non salisse da sola, autonomamente, con forza propria. Non è un'operazione meccanica. È un atto di accompagnamento verso l'alto. Si porta la fiamma al punto in cui trova la propria forza di salire.

Teniamo questa immagine. Torneremo su di essa.

Il contrasto, che la Torah ci mostra: pochi capitoli dopo, nella stessa Parashà, avviene qualcosa di opposto. Il popolo nel deserto si lamenta. Vuole carne. Vuole i sapori dell'Egitto — i cetrioli, i meloni, i porri, le cipolle, l'aglio (Numeri 11, 4-6). E quel luogo viene chiamato קִבְרוֹת הַתַּאֲוָה — Kivrot haTa'avah — le tombe del desiderio (Numeri 11:34).

Guardiamo il contrasto costruito dalla Torah stessa:

Il nome della Parashà viene da ע–ל–ה: salire, elevarsi, innalzare. Il nome del luogo della catastrofe viene da ק–ב–ר: seppellire, scendere sottoterra.

Ha'alah — elevazione. Kivrot — sepoltura.

La stessa Parashà porta nel proprio nome la direzione opposta a ciò che il popolo sceglie. La Torah non fa commenti. Costruisce l'antitesi e la lascia parlare.

La nefesh — l'anima — che Aronne era chiamato a far salire come la fiamma della Menorà, si ritrova secca. E poi sepolta. È un'antitesi narrativa precisa, inscritta nella struttura stessa del testo.

C'è un ultimo segno in questo punto della Torah, e che il Talmud nel trattato Shabbat (115b-116a) indaga: due lettere נ (Nun) scritte al contrario, che racchiudono come parentesi i versetti di Numeri 10, 35-36.

La lettera Nun richiama la nefilà — la caduta (cfr. Amos 5:2: "נָפְלָה לֹא-תוֹסִיף קוּם" — "è caduta, non si rialzerà più"). Le due Nun invertite sembrano dire: questo è un momento di caduta — ma la caduta stessa è stata rovesciata. Non è definitiva. Può essere invertita.

Da qui possiamo imaprare a conoscere il funzionamento dell'animo umano, perché la Torah non descrive solo una storia del passato. Descrive la struttura dell'animo umano in ogni generazione.

Il Kivrot haTa'avah — le tombe del desiderio — è il momento in cui il desiderio incontrollato prende il comando totale. Non attraverso un atto di idolatria esplicita. Attraverso qualcosa di più sottile e più pericoloso: il lamneto ingiustificato. Il desiderio che non si appaga mai. La ta'avah  תַּאֲוָה la brama incontrollata che, secondo lo Sforno su Numeri 11:4, non era nemmeno fame vera ma desiderio di desiderare, nel Salmo 78:18: "וַיְנַסּוּ אֵל בִּלְבָבָם" — "tentarono Dio nel loro cuore", cercando di trovare nutrimento per l'anima in ciò che può soddisfare solo il corpo.

L'antidoto: תַּבְלִין

Rav Yosef Dov Soloveitchik, in una conferenza del 10 giugno 1974 su questa stessa Parashà (raccolta in "Reflections of the Rav", vol. 1), pose la questione in termini che risuonano con forza ancora oggi:

Il paganesimo moderno non ha idoli. Si manifesta come stile di vita — come quella che i Greci chiamavano hedone, il piacere fine a sé stesso. Ed è più pericoloso dell'idolatria esplicita perché l'idolo alla fine stanca, si vede che è legno e metallo. Il desiderio insaziabile non stanca mai. Si alimenta di sé stesso.

La risposta della Torah a questa diagnosi non è l'ascetismo. È qualcosa di più preciso e più bello.

Nel trattato Kiddushin 30b, Dio stesso — citato dai Saggi — dice:

בָּנַי, בָּרָאתִי יֵצֶר הָרָע, וּבָרָאתִי לוֹ תּוֹרָה תַּבְלִין ho creato il yetzer hara, e ho creato la Torah come

suo tavlin. Se vi occupate della Torah, non sarete consegnati nelle sue mani

Tavlin — תַּבְלִין — significa spezia. Condimento. Non il manganello che colpisce il desiderio. Non il divieto che lo soffoca. La spezia che trasforma il sapore, che prende qualcosa di grezzo e lo rende degno di essere assaporato davvero.

Una luce. Chi cammina nella luce non è costretto a evitare i burroni: li vede, e sceglie il sentiero.

Il Rambam, nelle Hilchot Teshuvah 7:3 (Mishneh Torah), insegna che la teshuvah più difficile — e più necessaria — non riguarda gli atti gravi e visibili. Riguarda le disposizioni dell'anima, parafrasando:

"Ci sono peccati nei quali è difficile fare teshuvah completa... come il perseguire i piaceri del cibo, perché l'anima vi è immersa."

"L'anima vi è immersa." È la diagnosi esatta dell'edonismo contemporaneo. Non si tratta di un atto isolato: è diventato l'elemento in cui si vive, come l'acqua per il pesce. E come il pesce non sa cos'è l'acqua perché non ha mai conosciuto altro, chi è immerso nell'edonismo non riconosce la propria schiavitù.

La via di uscita che il Rambam indica non è la flagellazione ma il ritorno progressivo teshuvah come processo, non come evento. Ogni piccolo atto di limitazione consapevole è un passo fuori dall'acqua.

L'immagine di Rabbi Akiva nella Mishnah Yoma 8:9 è di una bellezza che toglie il fiato: "Come il mikveh purifica gli impuri, così il Santo Benedetto purifica Israele." Il mikveh non lava lo sporco come sapone, richiede immersione totale, senza tenere nulla fuori dall'acqua, senza che nullla sul corpo possa limitare il contatto con l'acqua. La teshuvah autentica è così: immersione completa.

Pirkei Avot 4:1 — Ben Zoma rovescia ogni aspettativa:

"אֵיזֶהוּ גִבּוֹר? הַכּוֹבֵשׁ אֶת יִצְרוֹ" "Chi è potente? Chi sottomette il proprio yetzer."

Non chi conquista città. Non chi accumula. Non chi fa rumore. Chi ha il governo di sé stesso.

E Rabbi Nehunia ben HaKana in Pirkei Avot 3:5 aggiunge il paradosso più bello:

"כָּל הַמְקַבֵּל עָלָיו עֹל תּוֹרָה — מַעֲבִירִין מִמֶּנּוּ עֹל מַלְכוּת וְעֹל דֶּרֶךְ אֶרֶץ" hi accetta su di sé il giogo della Torah — vengono rimossi da lui il giogo del governo e il giogo delle preoccupazioni mondane.

Il giogo scelto libera dal giogo subìto. Chi non accetta nessun vincolo non è libero: porta il peso schiacciante di un'esistenza senza direzione, di un desiderio che comanda al posto suo.

Il Ba'al Shem Tov (Ki Teitzei 1:1) insegnava con una concretezza quasi maliziosa:

"Impara dal yetzer hara la sua velocità nel sedurre e usala per non cedere. Guarda con quanta energia si butta nelle cose del mondo. Usa quella stessa energia per la santità."

Non combattere il fuoco con l'acqua. Reindirizza il fuoco.

Il Rebbe di Piaseczno — Rabbi Kalonymus Kalman Shapira, che insegnò nel ghetto di Varsavia fino alla fine — nel Mevo HaShearim 9:34 aggiunge la dimensione di misericordia verso sé stessi che rende questo insegnamento praticabile:

Anche chi non ha ancora sconfitto il yetzer nella radice può rubargli le energie e riconsacrarle alla santità. Non aspettare di essere perfetto. Inizia ora, con ciò che hai, con le energie che hai, anche se sono ancora miste.

La tradizione ebraica non lascia la guarigione solo al livello personale. La incorpora nella struttura del tempo, nella dimensione collettiva.

Lo Shabbat dice, ogni sette giorni, una cosa sola: basta lavorare. Non perché il mondo sia perfetto. Ma perché il fare non è l'unico modo di essere. L'accumulo non è il significato dell'esistenza.

L'episodio della Manna che Soloveitchik usava come contrasto all'immagine del popolo che accumulava quaglie senza fermarsi, include un dettaglio che dice tutto: ogni persona raccoglieva esattamente un omer per sé. Chi raccoglieva molto non aveva eccedenza. Chi raccoglieva poco non aveva deficienza (Esodo 16:18). E il venerdì cadeva la porzione doppia, perché di Shabbat non cadeva nulla.

Era fisicamente impossibile accumulare oltre il necessario. Il deserto imponeva ciò che l'anima da sola fatica ad imporsi: il limite..

Una parola personale

Scrivo questo in un momento in cui l'ostilità verso gli ebrei e verso la tradizione ebraica ha assunto forme che non avremmo immaginato solo pochi anni fa.

Non è un caso. Non è mai un caso.

Le culture più edonistiche, quelle più incapaci di fermare il proprio desiderio sono storicamente le più ferocemente antisemite. Perché chi non sa dire basta odia chi ha costruito una civiltà intera attorno al concetto di limite sacro. Chi ha sostituito la trascendenza con il consumo odia chi porta nel mondo la memoria che esiste qualcosa di più grande del proprio desiderio.

L'antisemitismo contemporaneo, nella sua versione complottista, islamista, woke è, nella sua struttura più profonda, odio per la Torah, odio per il Dio di Abramo, Isacco, Israele. Odio per il tavlin. Odio per la parola che dice: non tutto ciò che puoi fare devi farlo.

Il nostro compito non è solo difenderci. È testimoniare essere ciò che siamo, vivere la nostra tradizione con gioia e profondità, mostrare al mondo che esiste un'alternativa all'edonismo che non è il fanatismo.

Dimostrare che la fiamma può salire da sola se qualcuno si prende cura di accompagnarla.

בְּהַעֲלֹתְךָ אֶת־הַנֵּרֹת — quando farai salire le lampade.

Questo è il nostro compito. In ogni generazione.


Shabbat Shalom.



Ariel Shimona Edith


🎧 Ascolta la puntata del podcast:   Beha’alotekhà — “quando farai salire” la luce.  



Riferimenti testuali Numeri 8:2 · Numeri 11:4-6 · Numeri 11:34 · Esodo 16:18 Talmud Bavli: Kiddushin 30b · Shabbat 115b-116a · Yoma 8:9 (Mishnah) Pirkei Avot 3:5 · 4:1 Proverbi 6:23 · Salmi 51:12 · 78:18 Mishneh Torah, Hilchot Teshuvah 7:3 (Rambam) Ba'al Shem Tov, Ki Teitzei 1:1 Mevo HaShearim 9:34 (Rebbe di Piaseczno) Sforno su Numeri 11:4 Reflections of the Rav, vol. 1, pp. 150-159 (Rav Soloveitchik) Tutti i testi consultabili nei link incorporati e su sefaria.org


 
 
 

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