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Pinchas: il coraggio che ripara per sempre

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 2 lug
  • Tempo di lettura: 7 min

Parashat Pinchas | Numeri 25:10 – 30:1

C'è un uomo che si alza, prende una lancia, e uccide due persone davanti a tutto il popolo. E la Torah, con una scelta di parole che ancora oggi disorienta i commentatori, chiama quel gesto Kapparah, espiazione. Come può l'atto più estremo diventare riparazione completa Torah?

Questa è la domanda che apre Parashat Pinchas. Per rispondere, dobbiamo tornare indietro di qualche versetto, alle indicazioni date da Bilam a Balak, in Shittim. Dopo che Bilam è costretto a benedire Israele invece di maledirla, suggerisce al re di Moab una strategia più efficace di qualsiasi maledizione: la seduzione. Le donne di Moab e Midian attirano alcuni degli uomini d'Israele verso il culto di Baal Peor l'episodio che porterà a una pestilenza devastante e all'intervento di Pinchas.

Un midrash racconta che una matrona romana, pur pagana, trovò ripugnante la natura del culto di Peor, che consisteva nell'espletare i propri bisogni fisiologici davanti all'idolo, eppure una parte d'Israele vi cadde.

Lo Zohar nota un dettaglio filologico decisivo: il versetto dice che "Israele si legò a Baal Peor" usando la preposizione "verso", non "dentro". Come un tzamid, un braccialetto che si indossa ma si può sempre sfilare, l'attaccamento era superficiale, esterno. Lo Zohar aggiunge qualcosa che può sorprendere: Israele credeva persino di disprezzare l'idolo, ma fu proprio il fatto di sottovalutare l'azione a intrappolarli. Zohar, Pinchas 77:474

Il Rambam codifica in halakhà esattamente ciò che lo Zohar articola sul piano spirituale: "Chi si espone davanti a Peor al fine di disprezzarlo, poiché questo è il modo della sua adorazione, è passibile di pena." Il culto proprio di Baal Peor era l'esposizione stessa: tentare di "beffarlo" con il suo stesso gesto significava, inevitabilmente, compierne il rito. Non c'è spazio esterno da cui deriderlo, l'ironia collassa nell'adorazione. L'intenzione non salva, se l'atto è già culto. Mishneh Torah, Avodah Zarah 3:5

Cosa aveva di così potente questa idolatria, al di là della pratica in sé?

Il messaggio filosofico sottostante: l'abolizione di ogni limite. Baal Peor predicava che tutto fosse permesso, che persino il degradante potesse essere reso sacro. È una tentazione che la società contemporanea conosce bene, quando confonde, lo vediamo agire quotidianamente in molti ambiti la libertà assoluta, l'idea di poter assecondare ogni istinto, ogni desiderio, finanche ogni idea.

La tradizione ebraica risponde a questa tentazione con un gioco di parole che è, in realtà, una dottrina intera. Sulle Tavole della Legge è scritto "Charut", inciso. Ma i Maestri ci dicono che possiamo leggere anche Cherut, "libertà". Le Tavole sono incise, e proprio in quell'incisione si nasconde la libertà vera. Pirkei Avot 6:2

Non è un paradosso retorico. È la tesi centrale della Torah contro l'idolatria di Peor: senza limiti, l'uomo non è libero, ma schiavo del proprio Yetzer ha-ra. È la Torah stessa, con i suoi confini, a offrire gli strumenti per dominare se stessi e diventare veramente liberi.

Per questo, insegna la tradizione, Mosè fu sepolto proprio di fronte a Baal Peor: un'eterna protezione spirituale contro questa specifica dottrina dell'assenza di limiti. Devarim 34:6

Il legame superficiale con l'idolatria può sempre essere sciolto, come un braccialetto — la via della Teshuvà resta aperta; il legame profondo e indissolubile è quello con Dio, "voi che siete attaccati al Signore vostro Dio". Devarim 4:4

Emergono tre elementi fondamentali sull'atto di Pinchas: non è istituzionalizzabile "chi viene a chiedere il permesso, non glielo si concede"; nessun tribunale può autorizzare in anticipo il kana'ut. È fragile ex post: se Zimri si fosse separato da Cozbi anche un istante prima, Pinchas sarebbe stato condannato per omicidio, l'atto può essere legittimo solo nell'istante preciso della trasgressione. E Zimri se avesse ucciso Pinchas per legittima difesa, non sarebbe stato punito, perché agli occhi della legge Pinchas era come un roedf,un inseguitore. La posizione di Pinchas è paradossale: legittima solo a posteriori, condannabile a priori. Sanhedrin 82a

Ma la complessità di questo atto non è solo giuridica: tocca la coscienza morale dei Maestri stessi, e con essa una domanda che ogni persona onesta si pone davanti a un gesto che toglie una vita anche quando necessario, anche in difesa, anche in guerra. Uccidere resta, per l'ebraismo, un peso enorme che nessuna legittimità cancella del tutto.

Il Talmud Yerushalmi rivela qualcosa di sorprendente: i Saggi del suo tempo vollevano scomunicare Pinchas, perché aveva agito senza il loro consenso — שלא ברצון חכמים. Solo l'intervento diretto della Ruach haQodesh, lo spirito santo, che proclamò il suo patto eterno di sacerdozio, li fermò. Talmud Yerushalmi, Sanhedrin 9:7

Anche le tribù d'Israele lo umiliarono, mettendo in dubbio la purezza del suo zelo insinuando che avesse agito per l'influenza del nonno materno idolatra, e non per vero amore di Dio; per questo la Torah ne ribadisce la discendenza da Aronne, l'amante della pace. Bamidbar Rabbah 21:3

Questa ambivalenza non è un dettaglio marginale: è preservata nella halakhà stessa. Il Talmud definisce la norma del kanai una halakhà ve-ein morin ken, una legge che esiste, ma che i Maestri non insegnano come esempio da seguire. Non è un modello: è un'eccezione che richiede un cuore assolutamente puro. Come sintetizza l'Etz Yosef, אין רוח חכמים נוחה מהם "i Saggi non sono soddisfatti di loro". Il coraggio di Pinchas, per la tradizione, non è mai qualcosa da imitare con leggerezza: è una responsabilità immensa, riconosciuta come tale.

Il caso di Baal Peor svela così un paradosso profondo: un'idolatria il cui culto è l'abolizione dei limiti richiede, come risposta, un atto che sospende le procedure normali del diritto. Pinchas non agisce dentro il sistema halakhico ordinario, ma in quel margine estremo in cui la kana'ut è l'unica risposta possibile a una trasgressione che ha già eroso le fondamenta del sistema stesso.

Il dizionario Klein chiarisce che la radice כפר I ha un significato originario di "coprire", da cui derivano i sensi di "lavare via, cancellare, espiare". Al piel significa "espiare, pacificare, propiziarsi, perdonare". Kapparah è dunque, letteralmente, "la copertura/cancellazione della colpa". Klein Dictionary — radice כפר

Il testo usa proprio questo verbo per Pinchas: "ed espiò per i figli d'Israele". Numeri 25:11–13

Il Talmud aggiunge una formula sorprendente: "questa espiazione è degna di continuare a espiare in eterno." La forma verbale, al passato narrativo imperfettivo, viene intesa dai Saggi come un'azione continua, mai conclusa. Sanhedrin 82b

C'è una differenza strutturale tra la kapparah di Pinchas e le kapparot sacrificali quotidiane. Queste ultime sono rituali, ripetitive, temporanee: ogni giorno il ciclo ricomincia. Numeri 28:1–8

La kapparah di Pinchas ha invece una struttura radicalmente diversa: mentre la pace riportata da Mosè restava provvisoria, la riconciliazione di Pinchas fu completa e definitiva, una brit permanente. Non manutenzione quotidiana, ma riparazione delle fondamenta. Torah Temimah su Numeri 25:12

La Mishnah enumera le cinque calamità del 17 Tammuz. La seconda: "cessò il Tamid". Non ancora la distruzione del Tempio, ma l'interruzione del meccanismo ritmico di kapparah collettiva. Mishnah Taanit 4:6

È il momento in cui si spezza il filo quotidiano tra Israele e il suo Dio, l'apertura dei giorni di Bein ha-Metzarim, "il tempo dell'angustia" il periodo di lutto in cui Gerusalemme fu "presa tra le strettoie", né libera né ancora caduta: dal 17 Tammuz al 9 di Av. Eikhah Rabbah 1:29

Le tefillot furono istituite corrispondenti ai Temidim e la prova scritturale portata per "preghiera" è proprio il versetto su Pinchas: "e Pinchas si alzò e giudicò" (non "pregò" — come se avesse condotto una disputa con il suo Creatore). Pinchas diventa così l'archetipo stesso della tefillah. Berakhot 26b; Salmi 106:30

Ma la tefillah può davvero sostituire il sacrificio? Il Ben Yehoyada commenta una frase talmudica precisa: "dal giorno in cui fu distrutto il Bet HaMikdash, un muro di ferro fu interposto tra Israele e il loro Padre nei cieli." Legge la parola "barzel" (ferro) come composta da "lev" (cuore) capovolto, confusione più "zar" (estraneo, lo yetzer hara) capovolto: il muro di ferro è lo stesso yetzer hara che corrompe la kavanah della preghiera. Ben Yehoyada su Berakhot 32b

La tradizione rabbinica, collegando l'episodio dei Meraglim al 9 di Av, indica una radice spirituale precisa: il disprezzo, Bizayun, fondato sul versetto "perché ha disprezzato la parola del Signore". Numeri 15:30–31

Ravina identifica il peccato alla radice della distruzione: non recitare la Berakhah sulla Torah prima di studiarla, trattarla come un testo di sapienza umana qualsiasi, negandone la matrice divina. Nedarim 81a

Il paradigma di questo disprezzo sono proprio i Meraglim: "eravamo ai nostri occhi come cavallette, e così eravamo ai loro occhi." Il disprezzo di sé genera il disprezzo altrui e, riferito alla Torah, il disprezzo del sacro. Numeri 13:33

Il Bizayun, il disprezzo, insegna la tradizione, è più grave persino dell'omicidio d'impulso, perché è un atteggiamento continuativo, strutturale, che impedisce la Teshuvà: chi disprezza non riconosce il valore di ciò che offende.

Se la radice della distruzione è il disprezzo, lo studio della Torah senza riconoscerne la sacralità, allora recitare i Musafim durante Bein ha-Metzarim è l'atto esattamente inverso: rifiutarsi di dimenticare, trattare ciò che fu come se fosse ancora presente. Non archeologia, ma Zikaron vivente. Come a Pesach ognuno deve vedersi come se fosse uscito dall'Egitto, così la memoria ebraica non è mai semplice ricordo del passato, ma esperienza viva, agita nel presente.

R. Elazar afferma: "da quando fu distrutto il Tempio, si chiusero le porte della preghiera" ma aggiunge subito: "le porte delle lacrime non furono chiuse." Le lacrime, che nascono dal riconoscimento del valore di ciò che si è perduto, sfondano il muro di ferro. Il Bizayun lo costruisce; il rimpianto autentico lo abbatte. Bava Metzia 59a

Il cerchio si chiude qui: la tefillah non è mai solo sostituzione rituale. Per essere Kapparah autentica, deve essere il contrario esatto del Bizayun dispresso, un atto di Zikaron, ricordo che dichiara il valore di ciò che fu, e che, non solo si rimpiange ma al cui ritorno si aspira con fede incrollabile. Impariamo così che i limiti non sono catene, sono la cornice della nostra libertà. Che il vero coraggio non è cedere a ogni impulso, ma sapere, nel momento giusto, prendere posizione per ciò che è sacro. Che la memoria viva, presente, amata è la forza più grande che abbiamo contro ogni forma di disprezzo: verso Dio, verso gli altri, e verso noi stessi.

In questi giorni di Bein ha-Metzarim, portiamo con noi Pinchas non come immagine di violenza, ma come immagine di coraggio agito per ciò che conta davvero.

E portiamo la memoria non come peso, ma come atto d'amore.


Shabbat Shalom.



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