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Parashat Shemini: il coraggio di essere separati e il senso della redenzione.

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 10 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

L’ottavo giorno

Parashat Shemini.

La nuova puntata del mio podcast

Shemini — l’ottavo. Shemini significa “ottavo”.

Dalla radice Shemini significa “ottavo” שמ-נ (sh-m-n)

Nella Torah, sette è il tempo della creazione che comprende lo Shabbat.

Otto è ciò che viene dopo. È il punto in cui entra la presenza divina nel mondo.

È il giorno dell’inaugurazione del Mishkan. Il giorno in cui la Presenza si manifesta.

E, secondo i Maestri, è anche un’allusione al tempo messianico.

Non il tempo che conosciamo. Ma quello che può aprirsi.

Dalla rivelazione al quotidiano

Eppure, proprio qui, la Torah compie un movimento sorprendente.

Dalla rivelazione al dettaglio. Dalla Presenza al cibo.

La kasherut. Ogni ambito della nostra vita deve essere santificato.

Non è morale, non è dualismo

Molti popoli hanno regole alimentari.

Ma nell’ebraismo c’è una differenza radicale:

l’impurità non è male. Non è peccato.

La Torah stessa ci comanda di prenderci cura degli animali, anche di quelli che non possiamo mangiare.

Non esiste una divisione ontologica tra “animali buoni” e “animali cattivi”.

A differenza di sistemi dualisti come lo Zoroastrismo, che hanno influenzato profondamente l’Occidente anche attraverso la filosofia greca e derive gnostiche,

la Torah non divide il mondo in buoni e cattivi.

Chiede qualcosa di più, ci chiede di scegliere di rispondere...

Il rischio di ridurre la Torah

Mosè Maimonide parla anche di aspetti igienici della kasherut.

Ma lo fa in un contesto preciso: per chi è lontano, per chi ha bisogno di un primo accesso.

Altri Maestri, come Yitzchak Aramae e Don Isaac Abarbanel,

mettono in guardia: ridurre la Torah a manuale di medicina significa svuotarla, svilirla.

E questo è un rischio profondamente contemporaneo.

Viviamo in un mondo che si fida solo di ciò che può dimostrare.

Ma la Torah non chiede di essere dimostrata.

Chiede di essere creduta e vissuta.

Emunah e bitachon

Qui entra la fede.

Non come idea, ma come relazione.

Emunah. Bitachon.

Fare ciò che Hashem chiede anche quando non capiamo.

Cibo e anima

Il midrash tannaitico della Sifra, su Parashat Shemini, collega direttamente il cibo alla nefesh.

Levitico 11:44-45:

“Santificatevi e sarete santi”

E la Sifra insegna:

l’uscita dall’Egitto è avvenuta a condizione di accettare le mitzvot.

Non c’è dualismo.

Non c'è materia contro spirito.

Ma un legame.

Il cibo, come ogni altro aspetto della vita di un ebreo e di Am Israel, diventa luogo di relazione con Hashem.

Tumah non è peccato

Qui si apre una distinzione fondamentale:

  • tumah — impurità rituale

  • chet — peccato

Non sono la stessa cosa.

Nel Levitico 12, la donna che partorisce è temei’ah.

Non perché ha peccato.

Ma perché ha attraversato il confine più profondo: tra morte e vita.

Il Vayikra Rabbah descrive questo momento con immagini di grande tenerezza:

Hashem protegge il feto, trasforma il sangue in latte, prepara la nascita.

Nel Niddah 31b,il parto è luogo di intensità assoluta: vita e morte, dolore e gioia.

La tumah nasce da questo passaggio.

E proprio per questo,

la donna è kedoshah attraverso la sua tumah, non nonostante questa!

Un passaggio personale

Comprendere questo non è semplice.

C’è il bisogno di capire. Poi il rigore. Poi la crisi.

E poi, forse, qualcosa cambia.

Non tutto deve essere compreso.

Ma tutto può essere scelto.

Essere kadosh

Essere kadosh non significa essere migliori.

Significa essere separati, distinti, scelti — dal punto di vista di Hashem.

Separati per una funzione. Per una relazione.

Per essere messi da parte —non per superiorità, ma per responsabilità.

È Hashem che separa, distingue.

Come separa la terra dall'acqua. Separa Israele dalle nazioni.

Entrambe necessarie, luna all'altra, gli uni agli altri.

Non per creare distanza sterile, ma per rendere possibile una relazione.

Questa separazione attraversa la vita.

Le relazioni. Le scelte.

E a volte… pesa.

Ma adattarsi, ridursi, non risolve.

Israele e il mondo

Essere Israele non è solo una condizione personale.

È una responsabilità.

Verso il mondo.

Non tutto deve essere risolto.

Non tutto deve essere armonizzato.

Ciò che siamo interroga e deve interrogare gli altri.

Dal mare all’ottavo giorno

Nel settimo giorno di Pesach, il mare si apre:

Quando non c’è via.

Quando tutto sembra chiuso.

Il miracolo. Ma è necessaria l'azione, il passo.

Serve entrare.

E dopo?

Arriva l’ottavo giorno.

Non più il mare che si apre.

Ma la vita che continua.

Il Mishkan. La kasherut. Il quotidiano.

È lì che si gioca la redenzione.

Non nell’evento.

Ma nella fedeltà.

L’ottavo giorno è adesso

Essere Israele significa questo:

portare l’infinito dentro il limite e viceversa.

Vivere il sacro nella quotidianità in ogni dettaglio.

È difficile.

È scomodo.

A volte disturba.

Ma è anche ciò che può aprire il mondo.

Perché la redenzione non è solo uscire.

È continuare.

Questo è il punto.

Quando tutto sembra chiuso, può aprirsi qualcosa che non esisteva prima.

Perché la redenzione non è solo uscire dall’Egitto.

È continuare a camminare dopo avere attraversato il mare, andare verso la Terra che ci è stata data, un passo alla volta

Ed è lì…

che inizia l’ottavo giorno.


SHABBAT SHALOM


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