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RUTH la Eshet Chayil: forza silenziosa che genera il Messia

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 9 minuti fa
  • Tempo di lettura: 5 min

La notte di Shavuot spalanca le porte a una luce immensa: la rivelazione della Torah sul Sinai. È un momento di pura elevazione, una veglia in cui – come ci ha insegnato Rabbi Nachman di Breslov – l’eco di quei tuoni ancestrali risuona ancora nell'anima di chi sceglie di restare sveglio, di ascoltare.

C'è un tratto straordinario che mi lega profondamente al Tanakh: la Bibbia ebraica non racconta miti astratti, non si perde in epiche immacolate o allegorie disincarnate. Racconta la storia di persone reali. Persone fatte di carne, di fatiche, di passioni laceranti, di polvere e di scelte quotidiane. Esattamente come noi.

Ed è proprio in questa cornice di vibrante realtà che incontriamo il grande paradosso di Shavuot. Nel giorno in cui celebriamo il culmine della nostra identità ebraica attraverso il dono della Legge, la tradizione ci impone di leggere la Megillat Ruth (il Rotolo di Ruth). Perché incentrare la festa della Torah sulla storia di una straniera che proviene da Moab? Moab è un popolo che nasce da un'origine torbida – l’incesto delle figlie di Lot – e che il Deuteronomio esclude esplicitamente dal patto a causa della sua totale aridità, della sua incapacità di mostrare gratitudine e chesed (amore gratuito).

La risposta a questo interrogativo scardina ogni certezza precostituita e ci conduce all'essenza stessa dell'ebraismo.

Ruth è una Gher, una convertita. La sua stessa esistenza è la testimonianza vivente del rifiuto ebraico verso ogni forma di determinismo biologico o di razza. La Torah ci insegna che l'essere umano non è prigioniero del proprio sangue, del proprio passato o degli errori della propria genealogia originaria. L'essere umano è ciò che compie.

A Shavuot, in verità, siamo tutti Gherim: ai piedi del Sinai l’intero popolo d’Israele ha vissuto una conversione collettiva, scegliendo liberamente di legarsi a un destino e a una responsabilità. Ruth incarna questa scelta nella sua forma più pura. Il suo stesso nome evoca la radice Reut (amicizia, prossimità) ma significa anche "colei che vede bene". Ruth vede la verità oltre le convenzioni del suo tempo. Compie il cammino inverso rispetto al suo antenato Lot che aveva abbandonato Abramo: abbandona gli agi e le idolatrie della corte reale di Moab per entrare, spoglia di tutto, sotto le ali della Shechinah (la Presenza Divina).

Mentre sua cognata Orpà sceglie di tornare indietro – e il suo nome non a caso deriva da Oref, la nuca, l'atto di voltare le spalle – Ruth sceglie il legame indissolubile con la suocera Naomi, rimasta vedova e priva di figli. I nomi in questa Megillah sono essenze drammatiche: il suocero di Ruth, Elimelech ("il mio Dio è Re") muore in terra straniera; i suoi figli Machlon e Kilon, letteralmente "malattia" e "distruzione". Laddove tutto sembrava destinato al vuoto e alla morte, l'innesto della Gher, guidato dall'amore, riporta la vita.

Quando Boaz incontra Ruth intenta a spigolare nei campi, la definisce con un'espressione monumentale: Eshet Chayil (אֵֽשֶׁת ־חַ֭יִל), una "donna di valore" o "donna forte" (Ruth 3:11). È la medesima espressione che risuona nel celebre capitolo 31 dei Proverbi: “Una donna di valore chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore”.

Nel linguaggio contemporaneo, la figura della Eshet Chayil viene spesso sminuita da una retorica superficiale, quasi fosse l'archetipo di una donna passiva, sottomessa e confinata nell'ombra della domesticità. Ma se guardiamo a Ruth, scopriamo che la Eshet Chayil è una figura di un'intensità rivoluzionaria dirompente.

Oggi ci viene raccontato che essere rivoluzionari significa rompere ogni legame, assecondare l’istinto immediato, la passione egoistica o il desiderio effimero. Ruth dimostra una dinamica opposta e infinitamente più coraggiosa: la rivoluzione della stabilità, della fedeltà, del rispetto e dell'impegno verso l'altro. Essendo una donna buona, solida e giusta, Ruth decide di non abbandonare Naomi nel momento del totale smarrimento. Con questo atto di pura responsabilità, Ruth prende una genealogia spezzata e mortifera e le restituisce una pienezza profetica che supera ogni aspettativa umana. Da questa unione nascerà Oved (il "servitore"), da cui trarrà origine la dinastia di Re David e, infine, la stirpe del Messia. Il bene non ha bisogno di urlare per cambiare il corso della storia.

I testi dello Zohar (Mishpatim 3:265) e del Tanya (Likkutei Amarim 17:7) illuminano la dimensione mistica di questa trasformazione. Il male, il dolore e l'errore non costituiscono la sostanza ultima del mondo; sono solo una Klipah – una pellicola, un guscio rigido e oscuro che imprigiona la luce dell'anima divina. Basta un moto profondo di Teshuvah (ritorno) per sgretolare questo guscio.

I Maestri nel Talmud (Shabbat 104a) notano un dettaglio grafico affascinante: la lettera Kuf ק (Santo kadosh , riferito a D-o) volta le spalle alla lettera Reish רֵ (che rappresenta il Rasha, il malvagio), eppure la Kuf mantiene una piccola apertura in alto. Quel piccolo varco sospeso è il segno eterno che per chiunque desideri fare Teshuvah, la strada del ritorno è sempre accessibile. Ruth squarcia la klipah di Moab attraverso due regole d'oro che la Megillah offre come insegnamento pratico per avvicinare le persone al bene.

La prima regola è il silenzio attivo. Quando Ruth esprime la sua determinazione assoluta, il testo dice: “Vatichdal ledabber eleiha” – “Naomi cessò di parlarle” (Ruth 1:18). C’è un potere immenso nel saper tacere, nel non rimproverare, nel non pretendere di saturare lo spazio con la propria voce. La seconda regola è il Chesed, l'amore agito. Come scrive Rabbi Zeira nel Midrash (Ruth Rabbah 2:14): “Questo rotolo non contiene leggi di purità o sacrifici, ma è stato scritto esclusivamente per insegnarci quanto grande sia la ricompensa per chi compie atti di amore gratuito”.

La linea del Mashiach, Messia non è una retta geometrica perfetta; emerge dalle pieghe più complesse e apparentemente scandalose della storia (Tamar, Rachab, l'origine di Moab). Questo ci ricorda che probabilmente Hashem non cerca una perfezione astratta, ma il travaglio della scelta umana che redime l'oscurità attraverso il servizio quotidiano.

Il nome stesso di Ruth (רות) racchiude un segreto numerico straordinario. Il suo valore ghematrico è 606. Se sommiamo i 7 precetti noachidi che Ruth già osservava in quanto non ebrea, otteniamo 613: il numero esatto delle Mitzvot della Torah, che lei ha scelto di abbracciare spontaneamente.

Ma vi è un'ulteriore, profonda coincidenza: 606 è anche il valore numerico esatto di uno dei più potenti insegnamenti di Rabbi Nachman di Breslov: "אֵין שׁוּם יֵאוּשׁ בָּעוֹלָם כְּלָל" che vuol dire: Non esiste affatto disperazione nel mondo.

Ruth ci insegna, nel silenzio dei suoi passi tra le spighe, che la disperazione si dissolve quando l'essere umano sceglie la via della responsabilità e del chesed. La Torah non si è conclusa sul Sinai; si scrive ogni volta che una Eshet Chayil decide, con fiera umiltà, di alzare la testa e scegliere la vita.


Chag Shavuot Sameach



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