Il pogrom di Hamas, 3 anni dopo
Oggi desidero fare una riflessione in vista del 7 ottobre 2026, terzo anniversario della data civile del massacro perpetrato da Hamas ai danni di cittadini indifesi di Israele.
Questa riflessione nasce da una necessità: credo che l'Occidente non abbia ancora compreso (nonostante il meraviglioso avvertimento offerto da Oriana Fallaci nel celebre articolo La rabbia e l'orgoglio pubblicato il 29/11/2001), che l'attacco contro Israele non è un fenomeno isolato. Ed il consenso che i trroristi di Hamas raccolgono in una minoranza rumorosa, e ben amplificata dai media, dimostra quanto sia importante fare chiarezza. Definire «resistenza» il pogrom compiuto dai terroristi palestinesi, come vorrebbe fare una parte di occidentali antisemiti e odiatori di sé, è una forma di negazionismo, perché cancella le vittime ebree e trasforma il massacro in un atto legittimo, sulla stessa linea morale di chi nega la Shoah.
Il massacro del 7 ottobre deve essere inquadrato in un contesto storico, politico e antropologico più ampio, che richiede una capacità di analisi e una scelta di azione molto chiare e molto forti.
Vi riporto il ricordo un altro 7 ottobre, cinque anni prima del massacro nel sud. Era il 2018 e Kim Levengrond-Yehezkel, che il suo ricordo sia di benedizione, arrivò al lavoro nel Parco Industriale di Barkan, in Samaria. Un collega palestinese, Ashraf Na'alwa, la uccise a bruciapelo dopo averle fatto legare le mani, e poi uccise anche Ziv Hajbi, anche lui di benedetta memoria. Kim aveva ventotto anni e Ziv trentacinque. Kim lasciò il marito e un figlio di sedici mesi, Kai, e Ziv una moglie e tre figli, che sono cresciuti senza il padre. L'assassino fu rintracciato e ucciso due mesi dopo, ma la ferita restò. Passarono cinque anni, tornò la stessa data e la stessa crudeltà. Questa volta veniva da Gaza e colpiva migliaia di ebrei. Cambiano le dimensioni e i luoghi, ma l'ideologia omicida è la stessa, e per questo non possiamo trattare quei due giorni come episodi scollegati.
Mi chiedo perché in Europa si faccia tanta fatica a capire il significato di questa data per chi attacca. Non ho in mano alcun documento di Hamas che citi la battaglia di Lepanto, e non voglio affermare ciò che non posso provare. Gli atti interni dell'organizzazione resi pubblici finora indicano la scelta di sfruttare le festività ebraiche e la fragilità delle famiglie che risiedevano nelle capanne, come finestra operativa e l'intento di far deragliare la normalizzazione tra Israele e l'Arabia Saudita. Il 6 ottobre, alla vigilia, cadeva il cinquantesimo anniversario della guerra del Kippur, e il 7 era Shabbat e Simchat Torah, il giorno in cui gli ebrei scelgono la gioia.
Eppure non riesco a non notare una risonanza. Il 7 ottobre 1571 la flotta della Lega Santa fermò a Lepanto l'espansione navale ottomana, e per una visione del mondo che legge la storia come un conto ancora aperto tra l'Islam e l'Occidente, i calendari non sono mai innocenti. Lo leggo come un'eco simbolica e la ritengo significativa. L'effetto "sovrapposizione" per i gruppi radicali, colpire in date come il 7 ottobre o nei pressi dell'anniversario dell'11 settembre (che richiama l'inizio dell'assedio di Vienna del 11-12 settembre 1683) serve a costruire una narrazione di "riscatto storico" e a ribaltare simbolicamente in sconfitte le grandi vittorie dell'Occidente sull'Islam.
C'è poi un dato che l'Occidente rimuove, ed è la storia della schiavitù. L'Occidente ha fatto, con tutte le sue perversioni e criticità, un'autocritica profonda sul proprio razzismo e sulla tratta, e ha abolito la schiavitù. Questa autocritica sta ormai sconfinando nell'assurdo, fino a una discriminazione rovesciata verso i bianchi. Chissà perchè non si parla mai del mondo arabo-islamico, della tratta di africani verso l'Oriente, attraverso il Sahara, il Mar Rosso e l'Oceano Indiano, che gli islamici operarono per oltre un millennio. Le stime vanno dai dieci a circa diciassette milioni di persone.
Perché parlo di questo? Perché una parte dell’occidente legittima il terrorismo palestinese attraverso una retorica terzomondista che vede i "poveri palestinesi" come oppressi dagli schiavisti occidentali. Credendo che si tratti di un popolo oppresso dagli ebrei, i quali sarebbero improvvisamente diventati l’icona dell’Occidente bianco, oppressore e schiavista. Nulla di più distante dalla realtà. Gli ebrei non solo sono di ogni colore e Israele è una nazione in cui convivono meravigliosamente persone di ogni etnia ma da sempre sono tra coloro che subiscono discriminazioni, razzismo e odio.
Ciò che l’occidente dimentica, o forse finge di non sapere, è invece che il razzismo non è affatto sparito dal mondo islamico. Nel Darfur gli stupri di massa commessi dalle milizie Janjaweed contro donne fur, masalit e zaghawa furono accompagnati da insulti che le definivano «schiave» e «schiave nere», come documentò Human Rights Watch nel 2004. Alcune sopravvissute riferirono che gli aggressori dicevano di volere «più bambini arabi». Quelle donne erano musulmane. Dunque si tratta di un razzismo dentro il mondo islamico, e non di una persecuzione religiosa. La schiavitù è stata abolita per legge molto di recente: in Arabia Saudita nel 1962 e in Mauritania nel 1981, dove è diventata reato penale solo nel 2007. Non attribuisco tutto questo all'Islam in blocco, perché esistono e hanno sempre operato voci musulmane che condannano la schiavitù e il razzismo. Mi colpisce però che il mondo islamico manchi, di una grande autocritica pubblica paragonabile a quella occidentale. Questo si accompagna alla crescita di regimi autoritari e a correnti fondamentaliste, e organizzazioni come lo Stato Islamico, Boko Haram o Hamas che hanno persino riabilitato la schiavitù sessuale come pratica legittima. Sappiamo che il 7 ottobre le donne sono state colpite: esiste un’ampia documentazione che dimostra come durante l'attacco vi siano stati stupri e stupri di gruppo, e testimonianze chiare e convincenti su violenze sessuali contro ostaggi.
La condizione delle donne e quella delle minoranze sono per me il termometro più affidabile della salute di una società. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, in una parte del mondo arabo la Nahda sostenne l'istruzione femminile e Qasim Amin pubblicò nel 1899 La liberazione della donna, mentre Huda Sha'arawi guidò in Egitto un movimento che portò le donne nelle università e nella vita pubblica. Purtroppo durò molto poco, con il fallimento dei nazionalismi laici e la rivoluzione iraniana del 1979, ampie aree sono tornate a letture rigoriste, e molte continuano a farlo, mentre il velo, in vari paesi imposto alle donne, è diventato bandiera identitaria.
Per quanto riguarda le minoranze, dalla fine del 1800 agli anni Settanta del secolo scorso circa 850.000 ebrei lasciarono o furono cacciati dai paesi arabi per leggi discriminatorie, confische e pogrom. Nello stesso periodo le comunità cristiane del Medio Oriente si sono drasticamente ridotte. Una società che espelle le minoranze religiose e comprime le donne è una società malata.
Qui si apre il cortocircuito dell'Occidente. In Europa la presenza musulmana cresce: secondo Pew era del 4,9% nel 2016 e potrebbe raggiungere e superare il 15% entro il 2050, a seconda dei flussi migratori. Vediamo con chiarezza come già la percentuale attuale, seguendo in maniera molto forte le indicazioni che riceve nelle moschee, indirizza e condiziona le elezioni (ne sono un esempio la vittoria di sindaci islamici a Berlino, New York, Londra e molte piccole città europee e degli Stati Uniti).
E’ doloroso vedere come il concetto di tutela delle minoranze non vada a chi è davvero esposto, a chi ha più bisogno di protezione. L’occidente sembra proteggere con più zelo altre rivendicazioni che i diritti reali delle donne, dei bambini, delle minoranze in reale pericolo. Israele e gli ebrei vengono discriminati apertamente, si lascia che l'antisemitismo cresca nelle piazze e nelle scuole.
L’occidente ha rinunciato totalmente alla propria identità cristiana. L’allora cardinale Joseph Ratzinger, nella conferenza di Subiaco, 13 maggio 2004, descrisse un Occidente che non si ama più e nella propria storia vede soltanto ciò che è condannabile. Un Occidente senza radici non ha difese, e la tolleranza diventa allora una resa all’aggressività: un suicidio.
"'Europa, proprio in questa ora del suo massimo successo, sembra diventata vuota dall'interno, paralizzata in un certo qual senso da una crisi del suo sistema circolatorio, una crisi che mette a rischio la sua vita, affidata per così dire a trapianti, che poi però non possono che eliminare la sua identità. A questo interiore venir meno delle forze spirituali portanti corrisponde il fatto che anche etnicamente l'Europa appare sulla via del congedo.
C'è una strana mancanza di voglia di futuro. I figli, che sono il futuro, vengono visti come una minaccia per il presente; essi ci portano via qualcosa della nostra vita, così si pensa. Essi non vengono sentiti come una speranza, bensì come un limite del presente. Il confronto con l'Impero Romano al tramonto si impone: esso funzionava ancora come grande cornice storica, ma in pratica viveva già di quelli che dovevano dissolverlo, poiché esso stesso non aveva più alcuna energia vitale."
Il denaro dell'occidente, che non spende più per costruire un futuro per i propri figli ma che cerca di lavarsi la coscienza investendo capitali enormi verso ONG e associazioni “benefiche”, risorse difficili da seguire fino alla destinazione finale, e il rischio che si perdano in strade oscure è reale. Lo mostra un caso italiano. Il 27 dicembre 2025 sono state arrestate nove persone, tra cui Mohammad Hannoun, accusate di aver convogliato circa sette milioni di euro verso Hamas attraverso associazioni di beneficenza. Il contrasto al finanziamento del terrorismo è disciplinato a livello internazionale ma per farlo funzionare è necessaaria una concreta volontà politica, non solo regole.
Davanti a tutto questo Israele risponde, e lo fa, non solo con la forza delle armi e della tecnologia ma soprattutto con una forza spirituale e morale. Lo fa nonostante le falsità che circolano, diffuse purtroppo anche con la complicità di alcuni di noi. Penso al film NAZA, e penso a certi intellettuali ebrei che prestano da anni la loro voce a una narrativa di odio. Israele combatte una guerra lunga, costosa nelle vite e nell'economia, che si prolunga proprio per l'estrema attenzione che pone alla vita dei civili; per questo motivo le falsità diffuse e acclamate dagli odiatori che elogiano film come NAZA sono particolarmente dolorose.
Sarebbe molto più semplice combattere senza pensare alle vittime civili, forse la guerra sarebbe meno lunga, ma Israele ha scelto di non farlo. Il fatto di aver sempre cercato un accordo, cedendo terra in cambio di pace, ha fatto sì che una parte del mondo islamico e il terrorismo palestinese, sostenuto anche da ingenti flussi di denaro occidentale, maturassero la convinzione che Israele potesse essere eliminato dalle carte geografiche e che gli ebrei potessero essere buttati a mare. Come dovrebbe reagire Israele a questa volontà di eliminazione?
Israele ha sempre scelto di non cedere alla tentazione di diventare crudele, nonostante questo sia il segreto desiderio dell'Occidente, che, sentendosi in colpa per tutto ciò che ha fatto al popolo ebraico, vorrebbe vederlo agire come loro.
Israele non è perfetta e ci sono sicuramente persone che commettono azioni sbagliate anche all’interno del mio popolo, ognuno di noi è soggetto a commettere errori, ma, ciò che sento di voler affermare con chiarezza è che noi ebrei non diventeremo crudeli come lo sono state le nazioni con noi, non lo abbiamo mai fatto e mai lo faremo, perché la relazione con Dio è forte e viva.
Vediamo continuamente dei miracoli. L'ultimo è l'attentato sventato sul volo flydubai da Dubai a Tel Aviv del 30 settembre. Il copilota ha colpito e ferito gravemente il comandante, e lo schianto è stato evitato grazie all'intervento di un gruppo di passeggeri, tra cui un pilota. Il procuratore generale degli Emirati ha definito l'episodio un attacco terroristico, e Israele lo considera un tentativo di attacco jihadista. Secondo Channel 12, durante gli interrogatori il copilota avrebbe ammesso di voler far schiantare l'aereo sull'aeroporto Ben Gurion, sarebbe stata una strage, l'aeroporto era pieno di gente.
Ancora una volta, in giorni di festa!
Tra i miracoli cui continuiamo ad assistere, possiamo citare anche l'incredibile protezione ricevuta sotto il fortissimo attacco missilistico iraniano, e molti episodi raccontati dai nostri soldati. Gli ostaggi liberati hanno testimoniato che fede e preghiera li hanno sostenuti nelle condizioni disumane inflitte da chi li teneva prigionieri. Uno di loro avrebbe potuto dire con il salmista:
«Non morirò, anzi vivrò e racconterò le gesta dell’Eterno»
(Salmi 118,17).
Il popolo ebraico sta vivendo un forte risveglio spirituale che ci rafforza, e io credo che, in un certo senso, anche la presenza di una animata dialettica interna sia un'espressione della forza di questa spiritualità.
E l'Occidente? Come stanno rispondendo i paesi europei, il Canada, l'Australia, gli Stati Uniti? E il Sud America, l'Estremo Oriente?
Ogni epoca e ogni luogo mostrano dinamiche proprie. Ciò che però resta importante è la conoscenza del passato: la consapevolezza della propria specificità, come esseri umani e come popolo o nazione, e la fede sono strumenti che possono essere usati in modo positivo o negativo. L'Occidente che compie un'autocritica cieca, dettata da invidia e senso di colpa, senza vera consapevolezza e senza la forza di una relazione autentica con Dio, il Dio di Abramo, Isacco e Israele, che è anche il Dio di Gesù (ebreo tra ebrei), è destinato all'immobilità o, peggio, all'autodistruzione.
Noi, intanto, abbiamo vissuto Sukkot. Abbiamo abitato nelle capanne, anche se per duemila anni hanno tentato di sterminarci, e in modo particolare tre anni fa, all'indomani di Sukkot, quando avevamo appena adempiuto il precetto di trovare nella precarietà della Sukkah la certezza della presenza di Dio con noi.
«Mi nasconderà nella sua capanna nel giorno del male», dice il salmista (Salmi 27,5). Anche quest'anno non abbiamo rinunciato. Non ci siamo chiusi in casa e non ci siamo barricati nelle città. Abbiamo tenuto aperte le nostre Sukkot per accogliere chiunque volesse sedersi con noi, mangiare con noi, parlare con noi, pregare, cantare e danzare con noi.
Non occorre dimenticare, né fingere che non sia accaduto, per continuare a vivere. La Torah ci insegna che è necessario scegliere la gioia, la simcha:
«e sarai davvero nella gioia» (Deuteronomio 16,15).
Lo facciamo con la fede e con la certezza che Dio è fedele, misericordioso e giusto, e non ci abbandona mai.
«Tu hai trasformato il mio lutto in danza; Tu mi hai liberato dall'abito di sacco cingendomi di gioia, perché la mia anima possa lodarTi e non rimanga silenziosa; o Eterno, mio Dio, io Ti celebrerò per sempre!»
(Salmi 30,12-13).
Ariel Shimona Edith Besozzi





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