La Shoah, il 7 ottobre 2023 e il fallimento educativo: dall'antisemitismo in cattedra alle città europee messe a ferro e fuoco
Esiste un filo rosso, tragico e coerente, che unisce l'antisemitismo di ieri a quello di oggi, ma c'è un luogo in cui questo legame viene distorto fino a subire un vero e proprio corto circuito concettuale: le nostre aule scolastiche. La Giornata della Memoria del 27 gennaio e il ricordo del pogrom del 7 ottobre 2023 non dovrebbero essere usati come armi di distrazione o di equivalenza ideologica, eppure è esattamente ciò che sta accadendo a causa di un sistema educativo sempre più militante.
La trappola concettuale in cui cade oggi la scuola è proprio quella imposta dalla narrazione pro-Pal. Questi ambienti sostengono con forza che non esista alcun parallelismo tra la Shoah e il 7 ottobre, nel tentativo di isolare l'attacco di Hamas e spogliarlo della sua matrice ideologica. Ma la realtà storica dice il contrario: il parallelismo esiste ed è di natura genocida e antisemita. Sia lo sterminio nazista sia il pogrom del 7 ottobre affondano le radici nella medesima volontà di annientamento del popolo ebraico. Negare questo legame serve solo a relativizzare il presente.
Riprendendo le lucide riflessioni di Elena Loewenthal, la memoria del 27 gennaio rischia oggi di essere svuotata della sua specificità storica per diventare una scatola vuota, un "dovere" istituzionale che purtroppo non ha immunizzato la società dal ritorno dell'odio antiebraico. Loewenthal ha spesso evidenziato come la memoria, se ridotta a vuoto automatismo o a palcoscenico per la retorica, perda la sua capacità di far riflettere e lasci spazio a nuove e pericolose derive. Il paradosso attuale è che proprio quegli strumenti nati per "insegnare la memoria" vengono oggi manipolati.
Oggi assistiamo a una scuola che non insegna più a usare il cervello, ma fa propaganda. Molti insegnanti e formatori, abdicando alla propria responsabilità educativa, portano gli studenti a vedere film e documentari militanti, avallando la retorica che nega la matrice comune dell'odio. In questo racconto distorto, l'aggressore e la vittima vengono capovolti: il 7 ottobre viene sdoganato come "atto di resistenza" e non come ciò che è stato realmente, ovvero un brutale atto di terrorismo palestinese e un pogrom antisemita. È fondamentale chiamare le cose con il loro nome: quando si parla delle violenze che insanguinano quella terra, bisogna definire chiaramente la matrice di quel sangue, che è il terrorismo palestinese.
In questo contesto, la deriva ideologica produce effetti concreti anche sul piano dell'ordine e dell'integrazione sociale all'interno delle nazioni occidentali. Rinunciando al proprio ruolo di argine democratico, la scuola rischia di trasformarsi nella quinta colonna di un'invasione islamista strisciante, tollerando passivamente la cultura della sopraffazione. Questa debolezza istituzionale si manifesta nell'incapacità di arginare la violenza identitaria dei cosiddetti "maranza" — immigrati di seconda generazione che rifiutano la nostra cultura e scelgono la strada del bullismo e della prevaricazione di gruppo contro i coetanei. Non si tratta di semplice microcriminalità giovanile, ma del sintomo di un indottrinamento più profondo. Esiste infatti una precisa continuità psicologica tra la violenza stradale delle nostre periferie e città e le immagini agghiaccianti documentate a Gaza il 7 ottobre, dove persino i bambini palestinesi venivano spinti a insultare, molestare e bullizzare i giovani ostaggi israeliani esibiti come trofei. In entrambi i casi, la mancata fermezza educativa e la propaganda legittimano la deumanizzazione del prossimo, trasformando l'appartenenza identitaria o religiosa in una licenza di violenza.
La debolezza e l'abdicazione educativa della scuola non si esauriscono all'interno delle mura scolastiche, ma proiettano i loro effetti più devastanti direttamente nel tessuto urbano delle nostre società. Il vuoto di autorità morale e la tolleranza passiva verso la retorica radicale hanno trasformato le grandi metropoli europee nel palcoscenico di una vera e propria guerriglia culturale e identitaria. Da Parigi a Londra, da Bruxelles a Berlino, fino a Milano, Vicenza e moltre altre città, interi quartieri e piazze vengono periodicamente messi a ferro e fuoco da frange radicalizzate ed estremisti islamici, spesso supportati dalle medesime sigle dell'attivismo pro-Pal che dettano l'agenda politica nelle università e nei licei. Le manifestazioni di piazza, nate sotto la bandiera del dissenso geopolitico, si convertono sistematicamente in violente rivolte urbane, devastazioni di beni pubblici, assalti alle forze dell'ordine e caccia all'uomo contro i cittadini di fede ebraica. Questo scenario di guerriglia non è un fenomeno spontaneo di disagio sociale, ma il risultato diretto di un'accettazione acritica del multiculturalismo e della mancata fermezza delle istituzioni formative, che hanno rinunciato a trasmettere i valori della democrazia occidentale e della legalità, lasciando campo libero alla cultura della sopraffazione e al fanatismo religioso.
A subire le conseguenze peggiori di questa deriva è quella ristretta minoranza di docenti rimasta fedele al proprio mandato. I pochi insegnanti che scelgono di dire la verità storica e di contrapporsi alla propaganda vengono sistematicamente messi all'indice dai colleghi militanti e dalle sigle sindacali, che invece di tutelare la libertà d'insegnamento si fanno esecutori dell'ideologia di parte. Chi non si piega ai diktat della retorica pro-Pal viene isolato e rischia concretamente provvedimenti disciplinari, in una preoccupante dinamica di censura interna che mira a estirpare qualsiasi forma di pensiero critico e indipendente.
In questa narrazione complice si consuma un'omissione storica deliberata e gravissima: si cancella completamente il fatto che il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husseini, fu un aperto alleato di Adolf Hitler e del regime nazista, uniti dallo stesso obiettivo di sterminio degli ebrei. Questo legame storico dimostra come l'odio antiebraico non sia una reazione geopolitica recente, ma un continuum storico, un filo nero che unisce il nazismo al terrorismo palestinese di ieri e di oggi.
Il meccanismo psicologico e comunicativo a cui stiamo assistendo segue la logica perversa della propaganda più buia: una menzogna ripetuta molte volte diventa verità, proprio come teorizzava Joseph Goebbels. Normalizzare il 7 ottobre nelle scuole, accettando i paletti logici della propaganda pro-Pal, perseguitando le voci fuori dal coro e ignorando le tensioni radicali interne, significa applicare oggi quella stessa strategia.
La responsabilità degli insegnanti e degli educatori è immensa e non vi si possono sottrarre. L'odio antiebraico è una costante della storia che viene puntualmente legittimata da chi detiene il potere dell'educazione, la vera cabina di regia da cui derivano, poi, tutti gli altri poteri culturali e politici. Se la scuola rinuncia al rigor storico, alla precisione terminologica e all'autorità morale per abbracciare l'ideologia, smette di essere un luogo di crescita e diventa uno strumento di propaganda e arruolamento.
Questo tradimento del mandato educativo si traduce inevitabilmente nel collasso della sicurezza e dell'ordine pubblico all'esterno. C'è un legame inscindibile tra la tolleranza ideologica della cattedra e la violenza che incendia le periferie e i centri storici d'Europa. Finché il sistema scolastico continuerà a giustificare il radicalismo anziché condannarlo, e finché i docenti e i ricercatori che difendono la verità storica verranno isolati e censurati, le nostre città rimarranno esposte alla furia identitaria di chi rifiuta la nostra storia, cultura e tradizioni e vede nell'Occidente un nemico da abbattere. Salvare l'istituzione scolastica dalla deriva militante non è più solo una questione di onestà intellettuale, ma un imperativo vitale per la sopravvivenza stessa della civiltà democratica.
Demetrio Shlomo Yisrael Serraglia





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