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NON INSEGUO SOGNI, INSEGUO OBIETTIVI.

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 18 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Non inseguo sogni. Inseguo obiettivi.

(Istruzioni per l'uso)

Non accetto di essere travolta dalla psicosi collettiva che sembra pervadere il mondo. La osservo, la analizzo, la studio. E cerco strategie che mi consentano di vivere con pienezza e forza, nonostante tutto.


La psicosi è caratterizzata dalla perdita di contatto con la realtà: alterazioni del pensiero, della percezione, del comportamento. Allucinazioni, deliri, disorganizzazione, mancanza di consapevolezza.

Quando guardo ciò che accade intorno a me, non vedo una psicosi clinica come la Schizofrenia. Vedo però elementi strutturali simili:

  • costruzione di narrazioni totalizzanti

  • attribuzione di intenzioni malevole globali (“controllano tutto”)

  • impermeabilità ai fatti contrari

  • carica emotiva di paura, rabbia, umiliazione

  • disumanizzazione del gruppo bersaglio


Scelgo allora di dire la verità.

Scelgo di ricomporre gli eventi.

Scelgo di dare spazio a indagini oneste e circostanziate.

Scelgo di non ripetere ossessivamente falsità, di non amplificare ciò che alimenta il delirio.

Colloco questi fenomeni nel tempo. Non posso agire come se tutto fosse nato nel momento in cui me ne sono accorta. Questa forma di isteria collettiva si è già manifestata lungo tremila anni di storia, ogni volta con il linguaggio dell’epoca, ma con tratti ricorrenti. Riconoscere le avvisaglie è un atto di umiltà. Non reagire in modo psicotico alla psicosi richiede onestà: alcune crepe erano visibili prima dell’esplosione.

Esiste anche una dinamica diversa, più fredda, più calcolata.

Lo psicopatico – nella descrizione clinica del Disturbo antisociale di personalità – è egocentrico, manipolatore, privo di empatia e rimorso. Non si cura delle conseguenze distruttive delle proprie azioni. Mente in modo strutturale. Non accetta confronto. Colpevolizza sempre l’altro. Trae profitto dalle debolezze altrui. Ama il segreto, il complotto, il potere senza responsabilità.

Con queste dinamiche non si dialoga ingenuamente.

Si stabiliscono confini:

  • Metti limiti chiari e rispettali.

  • Non entrare in giochi manipolativi.

  • Non giustificare continuamente comportamenti distruttivi.

  • Non affidare informazioni sensibili a chi ha mostrato slealtà.

  • Osserva i fatti, non le parole.

  • Proteggi te stessa: emotivamente, legalmente, concretamente.

Ma c’è un altro rischio, più sottile: diventare vittima psicologica del clima ostile.

Quando il bersaglio sei tu, quando vieni identificata e ridotta a simbolo, il pericolo è triplice:

  • Iper-vigilanza costante

  • Interiorizzazione del conflitto

  • Reattività emotiva che ti aggancia alla polarizzazione

Per questo distinguo.

Separare il simbolico dal reale.

La dinamica collettiva è ideologica. La mia vita è fatta di persone concrete. Mi chiedo: è una minaccia reale qui e ora, o sto reagendo a una narrazione?

Non entrare nella logica speculare.

Se loro diventano assoluti, non devo diveltarlo anch’io. Proteggersi non significa disumanizzare.

Regolare l’esposizione.

Il conflitto continuo altera la percezione, amplifica l’assedio, satura l’emotività. Ridurre l’input è un atto di lucidità.

Rafforzare l’identità.

Le dinamiche persecutorie cercano di definirmi dall’esterno. Io sono più ampia dell’etichetta che mi attribuiscono. Sono radicata nella mia storia, nella mia comunità, nella mia fede.

Distinguere vigilanza da paranoia.

La vigilanza osserva e agisce proporzionalmente.

La paranoia generalizza e vive in allerta permanente.

La differenza è la flessibilità interiore.

Le dinamiche di odio non sono follia pura. Sono intrecci di frustrazione sociale, propaganda, identità ferite, conflitti geopolitici, bisogno di senso. Se le leggo solo come “il mondo impazzito”, perdo margine d’azione. Se le riconosco come fenomeni storici ricorrenti, recupero lucidità.


E soprattutto ricordo chi sono.


La mia identità ebraica non nasce in reazione all’odio.

Nasce da un patto.


La Torah ci ricorda:

“חֲזַק וֶאֱמָץ” —

Sii forte e coraggioso (Devarim 31:6).

Non è un invito all’aggressività. È un invito alla fermezza interiore.


E il Talmud, nel trattato Berakhot 60b, insegna:

“כל דעביד רחמנא לטב עביד” —

Tutto ciò che il Santo, Benedetto Egli sia, fa, è per il bene.


Avere fede in Hashem non significa negare la realtà.

Significa non concedere alla realtà il potere di definire la nostra anima.

La mia risposta non è la paura.

Non è la simmetria dell’odio.

Non è la dissoluzione nel rumore.

È emunah.

Fede piena.

Lucidità.

Verità detta con dignità.

Confini chiari.

Cuore saldo.

Non inseguo sogni.

Inseguo obiettivi.

E il primo obiettivo è restare integra, davanti a Dio e davanti alla storia.


di Ariel Shimona Edith Besozzi















































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