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Parashat Èkev: La Terra risponde

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 3 ago
  • Tempo di lettura: 7 min

C'è un'idea che la parashà di questa settimana porta con una forza quasi fisica: le cose decisive della vita spirituale spesso salgono da sotto. Dal punto più basso, più trascurato, più apparentemente inconsapevole, il tallone.

עֵקֶב — Eikev (Deuteronomio 7:12–11:25) apre con una parola che sembra un dettaglio grammaticale e che invece è una chiave teologica: וְהָיָה עֵקֶב תִּשְׁמְעוּן — "E sarà, eikev (in conseguenza) ascolterete" (Deuteronomio 7:12). La radice עָקֵב significa letteralmente "tallone". Da questa immagine concreta la parte più bassa e più dimenticata del corpo si sviluppa il senso figurato di conseguenza, esito, ricompensa: ciò che arriva al tallone di qualcos'altro, ciò che segue.

Non è un caso isolato. La stessa יַעֲקֹב, Ya'akov condivide la stessa radice: è colui che nasce afferrando il tallone di Esaù (Genesi 25:26),  il suo stesso nome porta l'idea di chi segue da vicino, di chi insegue una benedizione fino alle sue conseguenze ultime. E ricorre ancora nei Salmi, dove eikev indica il compimento finale di un percorso: "e la osserverò eikev — sino alla fine" (Salmo 119:33).

Tre maestri, tre modi di stare nel tempo della fede

Sullo stesso versetto d'apertura, tre grandi commentatori medievali leggono עֵקֶב in tre direzioni diverse aprendoci alla verifica esistenziale che ci chiama sempre dalla Torah.

Rashi (su Deuteronomio 7:12) non legge עֵקֶב come "perché", ma letteralmente come "tallone": sono le mitzvot leggere, quelle che una persona è solita calpestare con i talloni senza accorgersene. Se ascolterete anche queste, non le mitzvot grandi e visibili, ma quelle minime, quelle di cui ci si dimentica, allora Dio manterrà la Sua promessa. È una lettura che sposta il peso della fedeltà dal gesto eclatante all'attenzione quotidiana, al dettaglio.

Il Ramban respinge questa lettura midrashica e torna al senso grammaticale diretto: עֵקֶב è una congiunzione causale, "perché", come in Genesi 26:5 ("perché Abramo ascoltò la Mia voce"). Per lui la relazione è di causalità semplice e immediata: l'obbedienza produce la benedizione, senza mediazioni simboliche.

Ibn Ezra apre una terza via: עֵקֶב indica la ricompensa che arriva alla fine, come in Salmi 119:112 ("ricompensa per sempre"). Non è la causa immediata di Ramban né il dettaglio calpestato di Rashi, ma l'idea di un compimento differito, che si manifesta solo al termine del cammino.

Tre letture che ci regalano il tempo e lo spazio: l'attenzione al piccolo che normalmente non vediamo (Rashi), causalità che lega ogni atto alla sua conseguenza diretta (Ramban), l'attesa paziente di un frutto che matura lontano (Ibn Ezra). La parashà non sceglie tra loro. Le tiene insieme, come tre modi legittimi di abitare la stessa fedeltà.

Ma è proprio dentro questa parashà che la radice עקב si sporge su un abisso. In Deuteronomio 8:15 ancora dentro Eikev la Torah descrive il deserto che Israele ha attraversato come il dominio di הַנָּחָשׁ שָׂרָף וְעַקְרָב, "serpente, saraf e scorpione" (Deuteronomio 8:15). La parola per scorpione, עַקְרָב (akrav), condivide le prime due lettere radicali con עקב, non è la stessa radice, ma il suono, la posizione, il movimento "da sotto" sembrano conversare.

Nella Torah, עקרב compare solo altre due volte, e sempre come toponimo, mai più come animale: Ma'aleh Akrabbim, "la salita degli scorpioni" (Numeri 34:4), un passo montano al confine meridionale della Terra d'Israele, ripreso in Giosuè 15:3 e Giudici 1:36. Il pericolo, cioè, non resta solo un'immagine: diventa geografia. Un luogo ha il nome del pericolo che vi si annida.

La Mishnah raccoglie questa immagine e la trasforma in insegnamento morale. In Avot 2:10 i Maestri avvertono: avvicinatevi ai saggi con cautela, perché עֲקִיצָתָן עֲקִיצַת עַקְרָב — "il loro morso è come il morso dello scorpione". Nella stessa Mishnah, tre animali volpe, scorpione, serpente descrivono tre gradi progressivi di pericolo: la volpe morde in superficie, visibilmente; il serpente sibila, paralizza, uccide; ma lo scorpione punge da sotto, senza preavviso, iniettando un veleno che si diffonde internamente prima ancora che ce ne accorgiamo. È il pericolo che non ruggisce. È quello che si prende il tallone ignaro.

E qui la triade si completa: עָקֵב (tallone/conseguenza), עַקְרָב (scorpione), אֶרֶץ (terra) tre parole in cui la radice comune עק״ב porta l'idea di ciò che viene dal basso, che si insinua, che segue in silenzio. Lo scorpione vive sotto le pietre, nelle crepe, nell'ombra del suolo: è creatura della terra stessa. È la conseguenza che non vedi arrivare, ma che senti quando è già dentro.

Ed è a questo punto che la Mishnah offre la sua svolta più sorprendente. Tra i dieci miracoli permanenti del Beit HaMikdash, Avot 5:5 dichiara: né serpente né scorpione recarono mai danno a Gerusalemme .

Non dice che lo scorpione non esisteva. Dice che non nuoceva. Ed è una distinzione che cambia tutto: la santità della Terra non è l'assenza del pericolo, è la sua neutralizzazione. Lo stesso animale, capace altrove di penetrare in profondità e cambiare silenziosamente la nostra essenza, a Gerusalemme è presente ma impotente. La domanda allora diventa inevitabile: che cosa trasforma la אֶרֶץ  la Terra in uno spazio dove quella morsa non ha più presa?

Il Chesed LeAvraham risponde con un'immagine che riprende esattamente la triade del deserto: "il deserto, il serpente di fuoco, lo scorpione e la sete... una sola scorza pura custodisce tutto, affinché gli impuri non godano del bagliore della santità" (Chesed LeAvraham, Ma'ayan 3:9). Il deserto e la Terra d'Israele sono due campi opposti: l'uno esposto, l'altra avvolta da una "tenda" di santità che tiene fuori le forze esterne. E il Likkutei Etzot precisa la natura fisica di questa protezione: "per mezzo di questo fiato [l'aria della Terra d'Israele] le forze di severità e oscurità vengono bandite dal mondo" (Likkutei Etzot, Eretz Israel 7).

Non è un'idea astratta. È l'אֲוִיר אֶרֶץ יִשְׂרָאֵל, l'aria della Terra d'Israele qualcosa che si respira, che cambia il modo di vedere, di sentire, di essere presenti a se stessi. La Torah lo dice con la massima semplicità pochi versetti dopo l'immagine dello scorpione: כִּי ה׳ אֱלֹהֶיךָ מִתְהַלֵּךְ בְּקֶרֶב מַחֲנֶךָ, "perché Hashem tuo Dio cammina in mezzo a te" (Deuteronomio 23:15). Nella Terra la Presenza non è sopra, lontana: è dentro, in mezzo. E lo scorpione ha potere solo dove manca l'attenzione nel tallone ignaro, in chi vive senza essere presente a dove poggiano i propri piedi.

Resta però una domanda che non si può eludere: se è la Terra a disarmare lo scorpione, perché la Torah non è stata data lì, ma proprio nel dominio dello scorpione nel deserto?

La tradizione risponde con una coerenza sorprendente. Nel midrash leggiamo: "chi si rende come il deserto, su cui tutti calpestano, la Torah gli è data in dono" (Bamidbar Rabbah 1:7). Il deserto qui non è vuoto passivo: è lo spazio che ha rinunciato a possedersi, che appartiene a nessuno e quindi può accogliere chiunque. Sulla stessa linea, l'Or HaChaim commenta: "le parole della Torah si mantengono solo in chi si abbassa come il deserto" (Or HaChaim su Esodo 19:2).

Il deserto, dunque, non è l'ostacolo prima della rivelazione: ne è la condizione strutturale. E il legame con la nostra triade si stringe proprio qui attraversare il dominio dello scorpione è il processo di svuotamento che rende possibile, in seguito, abitare la Terra che lo disarma. Non si arriva alla Terra scavalcando il deserto. Ci si arriva attraversandolo fino in fondo.

Che cosa impedisce, allora, questo svuotamento? Una sola cosa: l'arroganza. Il Ba'al Shem Tov lo dice senza mediazioni: "Io e lui non possiamo abitare lo stesso mondo" se una persona è piena di sé, non lascia spazio alla Presenza (Ba'al Shem Tov, Achrei Mot 6). E lo Shelah, commentando proprio la nostra parashà, osserva che chi cammina a testa alta "respinge i piedi della Shekhinà" usando esplicitamente la parola עקב (Shelah, Torah Or su Eikev). Chi occupa ogni spazio con la propria immagine di sé non lascia il vuoto necessario perché altro possa entrare.

Il Maor Einayim, insieme al Sefat Emet, legge in questa chiave anche l'apertura stessa della parashà: le prime due parole, ve-haja eikev  "e sarà, eikev" uniscono l'idea di gioia (haja) alla parte più bassa del corpo, il tallone, simbolo di umiltà (anavà). L'osservanza autentica richiede entrambe insieme: la gioia prescritta dalla tradizione e la totale assenza di superbia, perché l'arroganza riempie lo spazio e non lascia posto al Divino. L'umiltà, in questa lettura, non è abbattimento, non è annullarsi. Il deserto non piange la propria aridità: semplicemente è aperto. È uno svuotamento gioioso, non una sconfitta. E lo scorpione ha potere solo su chi porta sé stesso come proprietà; chi si rende הֶפְקֵר (hefker, senza padrone di sé) non offre più presa al veleno.

Qui la parashà rivela il suo cuore più concreto, e forse il più sionista. Eikev non è un trattato di spiritualità astratta: è, letteralmente, il capitolo che descrive che cosa significa entrare ed ereditare la Terra promessa ad Am Israel una terra "di frumento e orzo, di viti, fichi e melograni, di ulivi da olio e miele" (Deuteronomio 8:8), una terra reale, con confini reali, assegnata a un popolo reale. Rashi lo dice esplicitamente nel suo commento: se ascolterete e adempirete alle mitzvot, anche quelle che ci sembrano più piccole, allora entreremo nella Terra. Non si perde l'ingresso nella Terra per le grandi trasgressioni lo si perde per ciò che si calpesta ogni giorno, distrattamente, con il tallone.

E questo è il punto in cui la fede tocca la storia. Eretz Israel non è un simbolo, non è una metafora della vita interiore: è il luogo fisico, geografico, assegnato dalla promessa ad Am Israel, il luogo in cui, ci dicono i maestri, il veleno che si insinua dal basso perde la sua morsa. Ma non per un'astrazione di santità sospesa nell'aria: per l'appartenenza concreta di quella terra a quel popolo, allora come oggi. La Presenza che "cammina in mezzo" non cammina in un concetto: cammina in un territorio, tra un popolo che vi abita con i piedi per terra.

Resta, alla fine, una domanda che la parashà non lascia teorica. Le cose più importanti abbiamo detto arrivano da sotto, silenziose, quasi sempre quando è troppo tardi per accorgersene. La domanda di Eikev non è "quali grandi cose farò", ma: dove poggiano, oggi, i miei piedi? Sto vivendo nel deserto dello scorpione distratto, pieno di me, ignaro del tallone oppure nella Terra che mi è stata assegnata, con l'attenzione e la presenza di chi la abita davvero?

Israele non è un'idea. È il luogo dove il veleno può perdere potere ma solo se siamo lì per davvero. Non sopra la vita. Non distratti. Non pieni di noi stessi. Con i piedi sulla Terra, e il tallone, finalmente, sveglio.



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