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Parashat Re’eh: salire e tornare

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 6 ago
  • Tempo di lettura: 5 min

Oggi questa parola al singolare: Re'eh. "Vedi." Mi chiama personalmente. Mosè sta parlando a tutto Israele, eppure sceglie la seconda persona singolare, ed io mi sento interrogata, personalmente per nome, come se fossi nella folla e da sola allo stesso tempo.

"Vedi, io pongo oggi davanti a te la benedizione e la maledizione, la benedizione se ascolterete i precetti del Signore vostro Dio che io vi comando oggi, e la maledizione se non ascolterete... e devierete dalla strada... per andare dietro ad altri dei che non avete mai conosciuto"

Non è un avvertimento generico. È una scelta che mi tocca oggi, in questo momento preciso della mia vita Rosh Chodesh Elul, il mese delle selichot, il tempo in cui componiamo il pentimento e ci prepariamo a Rosh HaShanà e Kippur.

La radice ר-א-ה copre un campo semantico molto più ampio del semplice vedere fisico: percepire, comprendere, scegliere, approvare. Non è un caso che da questa radice nasca ro'eh, il profeta "colui che vede" oltre il visibile immediato. Vedere, nella grammatica della Torah, non è mai un atto neutro: è l'inizio di una responsabilità.

I commentatori si sono fermati a lungo sul passaggio dal singolare re'eh al plurale lifneichem ("davanti a voi"). Rabbenu Bahya (XIII sec.) osserva che il singolare si rivolge a chi sa vedere "con l'occhio della mente", richiamando Qohelet 1:16 "il mio cuore ha visto molta saggezza e conoscenza" mentre il plurale abbraccia il popolo nel suo insieme, perché benedizione e maledizione hanno una dimensione collettiva. Il Ramban, commentando Genesi 18:3, cita proprio questo passaggio come caso paradigmatico. Lo Shenei Luchot HaBerit aggiunge una lettura mistica: il singolare richiama l'origine divina unica di ogni anima, il plurale la molteplicità degli esseri umani che da quell'unica origine discendono.

C'è un'immagine che mi appartiene profondamente, e che la tradizione stessa lega a questa radice: il rapace. Io i rapaci li ho sempre sentiti affini, più volte nella mia vita ho avvertito il bisogno di prendere le distanze, di alzarmi sopra le cose. Il Talmud babilonese, in Chullin 63b, riporta che Rabbi Abbahu spiega perché l'uccello rapace si chiami ra'ah: "perché vede in modo straordinario" citando Giobbe 28:7, dove compaiono insieme ayit (rapace) e ayah (nibbio). La potenza visiva è l'essenza stessa del nome.

Pirkei Avot 5:20 la celebre mishnah di Yehudah ben Tema, completa l'immagine: "Sii audace come il leopardo, leggero come l'aquila, veloce come il cervo e forte come il leone per fare la volontà del Padre celeste." I commentatori leggono la leggerezza dell'aquila come lo sguardo: la capacità di guardare dall'alto, con distacco e precisione, scegliendo cosa vedere. Il leone corrisponde invece al cuore, sede della volontà. Il Tur (Orach Chayim 1:1) sintetizza questa catena in una formula che trovo bellissima: "l'occhio vede, il cuore desidera, e le membra completano l'atto." Lo Yein Levanon su Avot va oltre: la leggerezza dell'aquila riguarda "i pensieri sublimi" l'intelletto che si distacca dal basso per vedere con precisione ciò che conta davvero.

Ma qui si apre un paradosso che non avevo mai considerato con questa chiarezza: l'aquila, il rapace, non è un animale kasher. Si può volare altissimo e non essere nutrimento. Non ogni sguardo dall'alto mi fa bene. Non ogni distanza mi nutre.

Allora la domanda diventa concreta, per me prima che per chiunque altro: come si prende distanza senza uscire dal mondo? Come ci si alleggerisce del peso degli oggetti, dei ricordi che ci legano, senza recidere i legami che contano?

Il Chovot HaLevavot (Doveri del Cuore) di Bachya ibn Paquda distingue tre livelli di distacco dal mondo. Il più vicino allo spirito della Torah, secondo lui, non è la fuga: è di chi "si è separato dal mondo nel cuore e nella mente, ma si associa esteriormente con gli altri nella rettificazione del mondo." Restare, dunque — ma con un cuore alleggerito.

In questo cammino, la paura di sbagliare non è un ostacolo da eliminare: è parte della scelta stessa. Rav Sacks scrive che la teshuvà "significa che posso rischiare, sapendo che potrei fallire, ma sapendo che il fallimento non è definitivo." Non è un lamento sul passato è creazione attiva del futuro. Yoma 86b Reish Lakish arriva a dire che chi fa teshuvà per amore trasforma persino i propri errori in meriti.

Re'eh contiene cinquantacinque mitzvot su seicentotredici una concentrazione impressionante in una sola parashà. E quasi tutte costruiscono una libertà che non è teorica, ma incarnata in gesti precisi.

La tzedakah: Devarim 15:7-11 comanda letteralmente patoach tiftach — "aprire aprirai" la mano verso il povero, anche quando il calcolo suggerirebbe di trattenere, "avvicinandosi l'anno della shemitah". Chiudere la mano è chiamato, senza mezzi termini, chet — peccato.

La shemitah: Devarim 15:1-6 stabilisce che ogni sette anni la terra si libera e i debiti si remettono. Non è solo giustizia sociale: è una struttura temporale che porta dentro di sé un ritmo di rilascio. Il Kedushat Levi legge proprio ra'eh come invito a "vedere con chiarezza" cosa sia benedizione e cosa maledizione — la shemitah insegna che il possesso non è eterno.

La scelta stessa: il Rambam, in Hilchot Teshuvah 5:3, chiama la libera scelta (bechirah chofshit) il pilastro di tutta la Torah. Senza libertà reale, nessuna delle 55 mitzvot avrebbe senso.

Siamo in Elul, e la tradizione chassidica descrive questo mese come un doppio movimento ratzo vashov, corsa e ritorno ma anche salita e discesa. Il Likkutei Moharan di Reb Nachman lo spiega attraverso il Cantico dei Cantici: "Io sono del mio amato" è l'ascesa, "il mio amato è mio" è la discesa. Non è fuga dal mondo: è pulsazione. Mosè stesso, in questo mese, sale sul monte per ricevere le seconde tavole e poi torna al popolo, fino al più basso tra i bassi.

L'ascesa mistica serve il radicamento etico, non lo sostituisce.

L'Ohev Yisrael collega direttamente la parashà di Re'eh a Elul: è il tempo di esaminare le proprie vie, di legare anima e volontà al Creatore. E il Likutei Etzot di Reb Nachman aggiunge che in Elul si raggiungono livelli sempre oltre la propria comprensione un volo senza fine, ma che non allontana mai dalla terra.

E allora capisco che il volo… non è fuga. Non è allontanarsi. L'ascesa serve al radicamento, non lo sostituisce.

È salire… per poter tornare in modo diverso: Più leggera. Più vera. Più aperta.

Con una mano… che finalmente sa lasciare andare

Il paradosso dell'uccello non kasher che vola più in alto di tutti dice, alla fine, qualcosa di molto preciso: non ogni volo è nutrimento.

Re'eh propone un volo che si trasforma in mano aperta, in terra lasciata riposare, in debito rimesso. Elul è il mese in cui imparo imparo davvero, ogni anno di nuovo, a volare verso l'altro, senza allontanarmi da Lui.


Shabbat Shalom


 

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