"Onora tuo padre e tua madre": il ponte tra il Cielo, la Torah e la Terra
- arielshimonaedith
- 23 lug
- Tempo di lettura: 8 min
Riflessioni su Parashat Va'etchanan
🎧 PODCAST
Va'etchanan è la prima parola significativa della parashah, che si apre con Mosè che dice al popolo:
"In quel tempo supplicai il Signore...". La forma è un hitpa'el, riflessivo-intensivo: non semplicemente "pregare" (lehitpallel), ma implorare misericordia e favore, come si fa davanti a un re.
Oggi è il 10 di Av e ancora il fumo dell'incendio che ha distrutto il tempio non si è del tutto spento, siamo ancora in lutto ma affacciandoci allo Shabbat ci volgiamo alla volontà della gioia, quella che si apre con questo Shabbat Nachamu, della consolazione, ad aprire le settimane di consolazione che ci portano a Rosh HaShanah.
Ed io ho deciso di concentrarmi su un versetto:
"onora tuo padre e tua madre" mi sono chiesta, leggendo questa Parashah. Perché proprio qui, tra i Dieci Comandamenti, D-o ha sentito il bisogno di indicare la ricompensa?
Non per lo Shabbat. Non per il divieto di idolatria.
Solo qui: "affinché si prolunghino i tuoi giorni e tu abbia bene sulla Terra che il Signore tuo Dio ti dà." (Devarim 5, 16).
Forse perché sa quanto può essere difficile, tormentato, nella sua forza essenziale la relazione tra genitori e figli. Mi sono chiesta anche, come mai non parla di amare ma di onorare?
È una mitzvah dalla quale non posso che farmi interrogare fortemente. Mi obbliga, forse obbliga ognuno, ad una verifica pratica immediata. Tocca un punto fragile in me: la figlia che sono stata, che sono, quella che voglio essere. Non posso scappare e non volgio scappare da questa responsabilità.
Mi mette davanti a chi mi ha dato la vita e davanti a Chi, prima di ogni padre e ogni madre, mi ha dato l'anima, la possibilità di esistere.
Consegno la mia curiosità ai Maestri e lascio che mi conducano oltre la mia esperienza.
Devarim Rabbah 6:2 offre una chiave che continua a commuovermi. Il Midrash paragona D-o a un re che assume operai per il suo frutteto, senza rivelare loro in anticipo il valore del lavoro sotto ciascun albero perché altrimenti tutti si concentrerebbero solo sugli alberi più remunerativi, lasciando il resto del frutteto incompiuto. Solo alla sera il re rivela, albero per albero, il salario dovuto.
Così, insegna il Midrash, D-o non ha rivelato la ricompensa per la maggior parte delle mitzvot perché le osservassimo tutte con lo stesso cuore. Ha fatto due sole eccezioni: la mitzvah ritenuta più difficile e quella ritenuta più facile (il shiluach ha-ken, l'allontanamento della madre-uccello dal nido). A entrambe ha assegnato la medesima ricompensa: la lunghezza dei giorni. Onorare i genitori è, nel pensiero dei nostri maestri, la mitzvah più ardua e per questo la sola per cui D-o ha scelto di incoraggiarci apertamente. Allora non riguarda solo me, probabilmente è qualcosa che accade a molti a tutti ed è proprio per questo che D-o, che ci conosce bene, ha scelto di incoraggiarci apertamente?
Ma onorare non significa sopportare tutto in silenzio, né annullarsi davanti a un genitore che sbaglia. La tradizione, con grande onestà intellettuale, non elude questa tensione.
Lo Shulchan Arukh, Yoreh De'ah 240:18-19 stabilisce che l'obbligo di onorare permane anche verso un genitore malvagio, ma aggiunge che al genitore è consentito rinunciare al proprio onore, rendendolo, di fatto, non dovuto. Il Rama, glossando, va oltre: per un genitore che si aggrappa deliberatamente al male, l'obbligo halakhico di onore non si applica almeno che il genitore non faccia teshuvà, restando comunque fermo il divieto di offendere o danneggiare il genitore.
Il Peninei Halakhah, Famiglia 1:19 del Rav Eliezer Melamed distingue con finezza contemporanea: un genitore rigido ma animato da buone intenzioni merita il beneficio del dubbio; un genitore abusivo va invece fermato, senza che il figlio che soffre venga colpevolizzato.
Il Rambam, Hilkhot Mamrim 6:8, dal canto suo, pone un contrappeso esplicito sul genitore: è proibito gravare eccessivamente il proprio onore sui figli, fino a farli inciampare; il genitore saggio sa quanto sia legittimo aspettarsi e chiedere. Il Talmud, in Kiddushin 32a, illustra questo principio con un aneddoto su Rav Huna, che per provocare il figlio Rabbah bar Rav Huna, strappa della seta davanti a lui finché questi non lo interroga sul rischio così di violare il divieto di "non porre inciampo davanti al cieco". Il legame è bilaterale fin dalla radice: chi trasmette porta anch'esso una responsabilità morale.
Quando la catena si spezza per negligenza o tirannia, la tradizione non tace: le takkanot di Usha, discusse in Ketubot 49b, raccontano di come i maestri del II secolo intervennero legislativamente per riparare fratture familiari concrete, obbligando i padri a mantenere i figli piccoli. Il tikkun olam, nel suo senso più antico, nasce proprio da qui: riparazione di rotture sociali reali, non astrazione filosofica.
La tradizione non concepisce il legame genitore-figlio come un contratto bilaterale isolato, ma come un nodo in una catena più lunga. C'è un'immagine, in Kiddushin 30a, che non riesco a togliermi dalla mente da quando l'ho letta. Rabbi Yehoshua ben Levi afferma che chi insegna Torah al figlio di suo figlio — al nipote — la Scrittura lo considera come se l'avesse ricevuta lui stesso al Sinai. La fonte di questa equivalenza è la vicinanza dei versetti in Devarim 4:9-10: "falle conoscere ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli", immediatamente seguito da "il giorno in cui ti presentasti davanti al Signore tuo Dio a Chorev". Il Rambam codifica questo obbligo, in Mishneh Torah, Talmud Torah 1:2, come pari a quello verso i propri figli.
Il nonno che siede accanto al nipote e gli insegna una parola di Torah non ripete semplicemente qualcosa di antico: in quell'istante si trova, letteralmente, ai piedi del Sinai. Tre generazioni diventano una sola voce.
Ed è qui che il legame tra onorare i genitori, trasmettere la Torah e restare sulla Terra si stringe in un unico nodo. Lo Shenei Luchot HaBerit (Shelah) collega esplicitamente Devarim 11:19 ("insegna ai tuoi figli") a 11:21 ("affinché siano lunghi i tuoi giorni sulla Terra"): la permanenza nella Terra dipende dalla continuità dell'insegnamento trasmesso ai figli. Il Da'at Zekenim su Devarim 4:25 avverte che le generazioni successive, non avendo visto i miracoli con i propri occhi, rischiano di pensare che il legame tra osservanza e permanenza nella Terra non le riguardi più un errore, dice il testo, potenzialmente fatale per la continuità del popolo. Il Ramban, commentando Shemot 20:12, legge la ricompensa come duplice: lunga vita e permanenza sulla Terra d'Israele insieme un comandamento "terrestre" riceve, coerentemente, una ricompensa "terrestre".
Perché onorare i genitori viene equiparato, nella tradizione, all'onore dovuto a D-o stesso? Il Talmud, in Kiddushin 30b, mette in parallelo tre coppie di versetti — onore, timore, maledizione — riferiti tanto ai genitori quanto a D-o. La ragione è teologica: nella formazione di ogni essere umano vi sono tre collaboratori, D-o, il padre e la madre. Il Kli Yakar su Shemot 20:12 chiarisce la logica a fortiori: se onoriamo chi ci ha dato il corpo, quanto più dobbiamo onorare Chi ci ha dato l'anima immortale.
Onorare i genitori, dunque, non è un precetto isolato tra gli uomini, separato da quelli verso il Cielo: è il ponte stesso tra le due dimensioni. Attraverso i genitori passa la trasmissione dell'esistenza e della Torah. Se il Rambam identifica il pericolo di chi non oserva i precetti nella mente, il Chinukh lo colloca nel cuore, e il Kli Yakar nelle radici nascoste dell'anima.
Va'etchanan, la nostra parashat, contiene anche il precetto, apparentemente durissimo, di allontanarsi dai popoli idolatri (Devarim 7). Letto solo sul piano storico-militare, può sembrare un comando arcaico. Ma non è così, non solo perchè i commentatori aprono un'altra dimensione, più interiore, ma perchè sempre ci riguarda qui ed ora.
Il Rambam, Mishneh Torah, Avodah Zarah 2:3, estende il divieto ben oltre il comportamento esterno: non solo l'idolatria in senso stretto, ma qualsiasi pensiero che spinga ad abbandonare un principio fondamentale della fede, va tenuto lontano dal cuore. Il Sefer HaChinukh 213 precisa che, per Israele, il semplice pensiero idolatrico è considerato equivalente all'azione un'eccezione unica nella halakhah, che sposta il baricentro del precetto dall'esterno all'interno. Il Kli Yakar su Devarim 29:18 lo dice senza mezzi termini: l'essenza dell'idolatria è nel pensiero, perché la fede risiede solo nel cuore.
In questa luce, il comando di allontanare i sette popoli idolatri si trasforma, nella lettura interpretativa di Moreh Nevuchim I:54, in rimozione di ciò che ostacola la via verso la conoscenza di D-o. La tradizione chassidica va oltre: le sette nazioni corrisponderebbero a sette tendenze emotive distorte dell'animo umano, forze da estirpare non fuori di noi ma dentro. Una lettura distingue tra le forze già "conquistabili" esternamente e forze più interiori pensieri, desideri profondi che resterebbero, secondo questa visione, ancora da purificare pienamente, un compito riservato al tempo messianico.
Devarim 7:6-8 contiene un'affermazione quasi scandalosa: Israele non è stato scelto per la sua grandezza numerica. Al contrario è, dice il testo, il più piccolo di tutti i popoli.
Rabbi Jonathan Sacks, in Covenant and Conversation su Va'etchanan, osserva che la piccolezza di Israele non è un limite da nascondere, ma la forma stessa della sua testimonianza: un popolo minuscolo che ha attraversato ogni grande impero della storia, generando in proporzione al proprio numero un flusso ininterrotto di profeti, pensatori, scienziati e innovatori, sta comunicando all'umanità un messaggio preciso — non serve essere numerosi per essere grandi.
Guardando Israele oggi piccolo, circondato, spesso denigrato, eppure ostinatamente vivo e creativo è difficile non vedere in questa piccolezza la stessa logica del frutteto del Midrash: la fedeltà che non calcola, e che per questo resiste.
Due maestri della modernità ebraica, letti insieme, allargano ulteriormente l'orizzonte di questa Parashah.
Il Netziv (Rav Naftali Tzvi Yehuda Berlin), nel suo Ha'amek Davar, sviluppa nel commento Harchev Davar su Bereshit 17:4 l'idea che la dispersione stessa di Israele tra le nazioni, per quanto dolorosa, sia divenuta strumento di diffusione della conoscenza di D-o tra i popoli non solo punizione, ma anche vocazione.
Rav Kook, in Orot, Luci dalle Tenebre — Terra d'Israele 1:3-4, insiste invece sul legame spirituale con la Terra come condizione stessa della rivitalizzazione ebraica: l'importanza di abitare la Terra d'Israele è un processo di riparazione dal respiro universale. Nei suoi scritti, Rav Kook arriva a leggere il sionismo secolare come strumento inconsapevole di un disegno più grande i pionieri laici, pur allontanandosi dall'osservanza, avrebbero comunque servito, a loro insaputa, la rinascita collettiva del popolo. Una visione audace, che colloca lo Stato d'Israele in una tensione feconda tra compimento e attesa: possiamo, dice questa lettura, "conquistare" ciò che è esterno la terra, la sicurezza, la sovranità mentre le forze più interiori restano un cammino ancora aperto.
Su questo se la rinascita dello Stato d'Israele sia già inizio di redenzione o solo un passo di un cammino più lungo le voci della tradizione, e del mondo contemporaneo, divergono profondamente. Non è compito di chi studia i testi imporre una risposta, ma mostrare la ricchezza delle voci in campo.
Esiste una relazione stretta tra onorare i genitori e restare fedeli alla Torah e alla Terra. Sono i genitori a insegnarci e a consegnarci dandoci la vita, ma anche mostrandoci, vivendo in osservanza, come si sta in piedi dentro un legame con la Torah e con la Terra. Rifiutarsi di onorarli espone a un'esistenza senza radici: una diaspora interiore, che nessuna ideologia può risolvere.
Non a caso la Torah lega l'osservanza delle mitzvot alla felicità stessa.
Onorare i genitori, ma direi onorare il legame tra genitori e figli, non significa sopportare qualunque cosa: significa sapere chi si è, per scegliere consapevolmente chi si vuole diventare come persone, come popolo, come nazione.
C'è, in questa Parashah, anche una porta aperta: l'opportunità, offerta oggi a chiunque abbia vagato lontano dall’onorare il legame tra genitori e figli, ebrei e non ebrei, ciascuno secondo il proprio cammino, che siano le 613 mitzvot o i sette precetti noachidi, di tornare a onorare, ad amare, e così mettere radici. Nella Torah. Sulla Terra. In se stessi.
Come posso pensare di amare e onorare Dio, il prossimo se non impegnandomi ad amare e onorare chi mi ha dato la vita?
E allora in ogni istante possibile voglio avere un pensiero, un gesto, una parola in più verso chi mi ha preceduto: chi ha accolto l'invito del Signore ad offrirmi la meravigliosa opportunità di esistere.
Grata a mio padre e mia madre
Shabbat Shalom.

Fonti principali (Sefaria)
Devarim 5:16; 4:9; 7:1; 7:6-8; 11:19-21
Rambam, Mishneh Torah: Hilkhot Mamrim 6:8; Talmud Torah 1:2; Avodah Zarah 2:3
Rabbi Jonathan Sacks, Covenant and Conversation, Va'etchanan




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