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Ki Tavo — Quando entrerai: il frutto, la Terra e la gioia di servire Hashem

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 27 ago
  • Tempo di lettura: 8 min


כִּי־תָבוֹא — Ki Tavo.

Quando entrerai.

Quando giungerai.

La Parashat Ki Tavo comincia con queste parole: quando entrerai nella Terra che Hashem, il tuo Dio, ti dà come eredità, la possederai e vi abiterai.

E subito dopo la Torah ci parla delle bikkurim, delle primizie.

Non mi sembra un caso.

Anzi, più studio questo inizio della parashah e più mi sembra che dentro quelle prime parole ci sia già un intero modo di guardare alla vita.

Perché entrare nella Terra non significa semplicemente arrivare.

Significa cominciare a vivere in un modo nuovo.

Quando entrerai

Nel deserto Israele riceve.

Riceve la manna.

Riceve l'acqua.

Riceve la protezione.

Riceve la guida.

È un'esperienza straordinaria di dipendenza da Hashem: il nutrimento arriva, il popolo cammina, la presenza divina accompagna.

Ma nella Terra qualcosa cambia.

Non perché Hashem smetta di essere Colui dal quale tutto proviene.

Al contrario.

È proprio nella Terra che Israele deve imparare a riconoscere Hashem dentro una realtà nella quale deve fare la propria parte.

Bisogna arare.

Seminare.

Coltivare.

Aspettare.

Raccogliere.

Lavorare.

E poi prendere il primo e il migliore frutto della terra e portarlo davanti ad Hashem.

Il testo di Devarim 26:1–11 descrive proprio questo movimento: l'ingresso nella Terra, il possesso e l'insediamento, la raccolta delle primizie e il loro portarle davanti a Hashem.

Questa immagine mi parla profondamente.

Perché io posso lavorare.

Posso mettere tempo, energie, intelligenza, volontà.

Posso faticare per qualcosa e, quando finalmente vedo il risultato, pensare:

questo l'ho fatto io.

E la Torah mi chiede invece di prendere proprio quel frutto e portarlo davanti ad Hashem.

Come per dire:

Sì, hai lavorato.

Sì, hai fatto la tua parte.

Ma guarda meglio.

La terra non è tua.

La vita non è tua.

La possibilità di lavorare non è soltanto tua.

Il frutto che hai tra le mani non è soltanto tuo.

E allora forse Ki Tavo mi insegna una delle cose più difficili da imparare:

fare la nostra parte senza dimenticare da chi viene tutto.

Dal ricevere al partecipare

Nel deserto il popolo sperimenta in maniera evidente la provvidenza di Hashem.

Nella Terra la provvidenza non scompare.

Diventa meno evidente.

E proprio per questo richiede più consapevolezza.

Io semino, ma non comando alla terra di produrre.

Io lavoro, ma non creo dal nulla.

Io raccolgo, ma non posso attribuirmi l'origine di ciò che ho ricevuto.

Questa è una forma molto concreta di emunah.

Non una spiritualità che mi porta fuori dalla realtà.

Una spiritualità che mi fa entrare ancora più profondamente nella realtà.

Perché la Torah non mi chiede di smettere di vivere per cercare Hashem.

Mi chiede di vivere davanti a Lui.

Ed è qui che, per me, Ki Tavo incontra Elul.

Elul: entrare dentro di noi senza uscire dalla vita

Siamo nel mese di Elul.

Un tempo nel quale siamo chiamati a guardarci dentro, a esaminare la nostra vita, a prepararci a Rosh Hashanah e a Yom Kippur.

È un tempo nel quale ci chiediamo dove siamo, dove stiamo andando, cosa dobbiamo correggere, cosa dobbiamo lasciare.

Ma c'è qualcosa che mi colpisce.

La Torah non ci propone di mettere la vita in pausa per fare teshuvah.

Non ci dice di fuggire.

Non ci dice di ritirarci dalla realtà.

Non ci dice di aspettare di essere spiritualmente perfetti prima di tornare a vivere.

Ci dice: entra.

Entra nella Terra.

Entra nella vita.

Entra nella responsabilità.

Entra nella mitzvah.

E porta con te il frutto.

È una cosa molto diversa da una spiritualità che cerca continuamente un luogo lontano dalla fatica del mondo.

La Torah mi porta esattamente lì dove sono chiamata a vivere.

Con il lavoro.

Con le relazioni.

Con la responsabilità.

Con la fatica.

Con il corpo.

Con la Terra.

Con le mitzvot.

Con tutto quello che la vita comporta.

E poi mi chiede di riconoscere Hashem proprio lì.

Le primizie: il primo e il migliore

Le bikkurim hanno qualcosa di straordinario.

Non porto davanti ad Hashem ciò che è rimasto.

Non porto lo scarto.

Non porto quello che non mi serve.

Porto מֵרֵאשִׁית — mereshit, dal principio, dalle primizie del frutto della terra.

E quel gesto non è semplicemente un'offerta materiale.

È una dichiarazione.

La persona che porta le primizie ripercorre la propria storia: l'Arameo errante, la discesa in Egitto, l'oppressione, il grido a Hashem, l'uscita dall'Egitto e infine l'arrivo nella Terra.

È come se il frutto che ho tra le mani mi obbligasse a ricordare tutta la strada che mi ha portato fino a quel momento.

Non posso guardare soltanto il risultato.

Devo ricordare la storia.

Da dove veniamo.

Chi ci ha liberati.

Chi ci ha condotti.

Chi ci ha dato la Terra.

E infine posso dire:

«Ed ecco, ora ho portato le primizie del frutto della terra che Tu, Hashem, mi hai dato.»

E c'è ancora qualcosa.

La sezione delle bikkurim si conclude con la gioia per tutto il bene che Hashem ha dato.

La gioia non è quindi estranea al movimento delle primizie.

È dentro di esso.

Io ricevo.

Io lavoro.

Io raccolgo.

Io ricordo.

Io restituisco.

E io gioisco.

E poi arriva la domanda più difficile

Ed è qui che Ki Tavo mi porta alla parte della parashah che mi mette più in difficoltà.

Devarim 28.

La grande tokhekhah, gli ammonimenti.

Parole durissime.

E dentro questa sezione troviamo una frase che non riesco a leggere superficialmente:

תַּחַת אֲשֶׁר לֹא־עָבַדְתָּ אֶת־יְהוָה אֱלֹהֶיךָ בְּשִׂמְחָה וּבְטוּב לֵבָב מֵרֹב כֹּל

Taḥat asher lo avadta et Hashem Elohekha besimchah uvetuv levav merov kol.

«Perché non hai servito Hashem, il tuo Dio, con gioia e con bontà di cuore, nell'abbondanza di ogni cosa.»Devarim 28:47.

Questa frase mi inquieta.

Perché non dice soltanto:

non hai servito Hashem.

Dice:

non hai servito Hashem con gioia.

E allora mi chiedo:

Che cosa significa?

Perché la gioia non è sempre spontanea.

Ci sono giorni nei quali sono stanca.

Ci sono giorni nei quali ho paura.

Ci sono giorni nei quali la realtà intorno a me sembra tutto tranne che motivo di gioia.

Ci sono giorni nei quali fare ciò che devo fare costa.

E allora posso davvero scegliere la gioia?

Simchah non significa fingere

Questa domanda diventa ancora più interessante quando guardiamo alla tradizione rabbinica.

Il Rambam parla esplicitamente della gioia nell'adempimento della mitzvah e nell'amore per Dio che l'ha comandata. La gioia non è un accessorio decorativo del servizio divino: appartiene al modo stesso nel quale serviamo Hashem.

Ma io non credo che questo significhi fingere.

Non credo che simchah, la gioia, significhi mettere un sorriso sul volto mentre dentro siamo distrutti.

Non credo che la Torah mi chieda di negare il dolore.

Allora forse la domanda deve essere posta diversamente.

Non:

come faccio a sentirmi felice?

Ma:

come sto davanti ad Hashem quando faccio ciò che Lui mi chiede?

È una domanda molto più difficile.

Perché posso fare una mitzvah e sentirmi lontana.

Posso fare ciò che devo fare e farlo con il cuore spento.

Posso perfino avere ricevuto moltissimo e vivere come se non avessi ricevuto niente.

E forse è proprio questo che la Torah vuole farmi vedere.

La gioia come riconoscimento

Forse la gioia non è necessariamente l'emozione che arriva prima.

Può essere anche il riconoscimento che arriva dopo.

Io faccio la mia parte.

Lavoro.

Semino.

Aspetto.

Raccolgo.

E poi guardo quello che ho tra le mani e capisco che non mi appartiene completamente.

È un dono.

È una possibilità.

È un compito.

È qualcosa che posso restituire.

E allora posso gioire.

Non perché tutto sia facile.

Ma perché posso esserci.

Posso fare.

Posso servire.

Posso partecipare.

E questa, per me, è una differenza enorme.

La gioia non sarebbe allora una fuga dalla realtà.

Sarebbe una risposta alla realtà.

Una risposta che nasce dalla consapevolezza.

La Terra non è un luogo dove smettere di faticare

C'è poi un altro punto che per me è impossibile separare da questa parashah.

La Terra d'Israele.

Perché la Torah non presenta l'ingresso nella Terra come la fine di ogni fatica.

Al contrario.

È nella Terra che il lavoro della vita diventa parte integrante dell'adempimento.

La Terra chiede responsabilità.

Chiede lavoro.

Chiede cura.

Chiede tempo.

Chiede di piantare senza avere ancora il frutto davanti agli occhi.

E poi chiede di prendere proprio quel frutto e riconoscere che, anche quando è passato attraverso le nostre mani, continua ad appartenere a Hashem.

Per questo per me la Terra d'Israele non è soltanto uno spazio geografico.

È il luogo della responsabilità concreta di Israele davanti a Hashem.

È il luogo nel quale la Torah entra nella terra, nell'agricoltura, nel calendario, nella società, nella vita quotidiana.

È il luogo nel quale la spiritualità non può più essere separata dalla realtà.

E forse è proprio questo che rende così importante il passaggio dal deserto alla Terra.

Nel deserto posso vedere più chiaramente che dipendo da Hashem.

Nella Terra devo imparare a riconoscerlo anche mentre lavoro.

E poi c'è il 7 ottobre

È impossibile parlare oggi di gioia e di Simchat Torah senza sentire il peso di ciò che il nostro popolo ha vissuto.

Il 7 ottobre ha colpito proprio nel cuore di Simchat Torah.

La gioia della Torah.

Una festa.

Un giorno nel quale il nostro popolo danza con la Torah.

E da allora una domanda continua a tornare.

Che cosa significa gioire dopo aver conosciuto un dolore così grande?

Che cosa significa cantare?

Che cosa significa sposarsi?

Costruire una casa?

Pregare?

Fare mitzvot?

Continuare a vivere?

Io non credo che la risposta sia dimenticare.

Al contrario.

Ricordiamo chi è stato ucciso.

Ricordiamo chi è stato rapito.

Ricordiamo chi ha sofferto.

Ricordiamo ciò che è accaduto.

La memoria non è il contrario della gioia.

Può diventare una delle sue condizioni più profonde.

Perché se so ciò che ho ricevuto, se so ciò che è stato perduto, se so quanto è costato arrivare fin qui, allora anche la possibilità di continuare a vivere acquista un peso diverso.

E forse proprio per questo non possiamo consegnare al male anche la nostra capacità di gioire.

Il male non deve avere l'ultima parola.

Non soltanto perché continuiamo a vivere.

Ma perché continuiamo a servire Hashem.

Continuiamo a costruire.

Continuiamo a studiare.

Continuiamo a pregare.

Continuiamo a fare mitzvot.

Continuiamo ad amare.

Continuiamo a generare vita.

Continuiamo a portare frutti.

Non perché il dolore sia scomparso.

Ma perché il dolore non ha il diritto di diventare tutta la nostra identità.

“Quando entrerai”

Ed è qui che ritorno alla prima parola.

Ki Tavo.

Quando entrerai.

Non quando tutto sarà perfetto.

Non quando avrai risolto ogni tua domanda.

Non quando non avrai più paura.

Non quando sarai finalmente diventata la persona che pensi di dover essere.

Quando entrerai.

Entra.

Fai la tua parte.

Studia.

Costruisci.

E prova a guardarlo con gioia.

Perché forse la gioia non consiste nel possedere tutto.

Forse consiste nel riconoscere che ciò che abbiamo ricevuto possiamo anche trasformarlo in servizio.

E allora torno alla domanda che mi accompagna in questa parashah:

Posso scegliere la gioia?

Forse non posso ordinare al mio cuore di provare un'emozione.

Ma posso scegliere di entrare.

Posso scegliere di fare.

Posso scegliere di riconoscere.

Posso scegliere di ringraziare.

E forse, proprio mentre faccio tutto questo, qualcosa dentro di me cambia.

Quello che sembrava un obbligo diventa un privilegio.

Quello che sembrava soltanto fatica diventa una possibilità.

E quello che credevo mio diventa nuovamente un dono.

Ki Tavo.

Quando entrerai.

Io voglio entrare.

Nella Terra.

Nella Torah.

Nella mia responsabilità.

Nella vita che Hashem mi ha dato.

E voglio imparare, anche nei giorni nei quali sembra impossibile, a riconoscere la gioia di poterLo servire.

Perché alla fine forse è proprio questo il punto:

io faccio la mia parte. Ma il frutto viene da Lui. E proprio per questo posso gioire.


Shabbat Shalom


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