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Il consenso del mondo o il perdono di HaShem?

Immagine del redattore: arielshimonaedith
arielshimonaedith
22 set
Tempo di lettura: 5 min

NAZA, l'autodisprezzo ebraico e ciò che rischiamo di perdere quando dimentichiamo a chi apparteniamo


C'è un dolore che conosco bene, e che immagino conoscano molti di voi che mi leggete: il dolore di vedere due ebrei, Yuval Abraham e Rachel Szor, mettere il proprio talento e la propria voce al servizio di una narrazione che disegna il mio popolo come carnefice sistematico.

Non scrivo per condannare due persone che non ho mai incontrato e delle quali non posso conoscere il cuore. Scrivo per condannare un fenomeno — un fenomeno antico, studiato, doloroso — che questa vicenda porta ancora una volta alla luce.

Il documentario "NAZA", premiato a Venezia, sostiene che l'esercito israeliano abbia colpito sistematicamente civili palestinesi a Gaza. È un'accusa gravissima, costruita — secondo quanto riportato — su testimonianze anonime di militari con volto e voce alterati digitalmente, testimonianze che Tsahal ha dichiarato di non poter verificare.

Ma è proprio sul terreno dei fatti, non delle emozioni, che il lavoro di Abraham comincia a vacillare. Il movimento Regavim ha pubblicato una ricerca, ripresa da JNS, che mette in discussione il modo in cui Abraham ha raccontato un centro linguistico di Gaza, presentato come iniziativa di pace e convivenza. Secondo Regavim, quel centro sarebbe stato gestito da un uomo che il movimento identifica come terrorista affiliato ad Hamas, già condannato per l'omicidio di un civile israeliano di 32 anni, Shimon Biran, ucciso in un attentato del 1992 — fatto che, sempre secondo Regavim, la narrazione di Abraham avrebbe attenuato descrivendo la vittima come un "soldato della sua stessa età".

A questo si aggiunge quanto pubblicato da Tuvia Tenenbom, che nel suo ultimo libro dedica una sezione a rimettere in discussione la ricostruzione giornalistica del precedente film di Abraham, "No Other Land" — in particolare la scena centrale sul ferimento di Harun Abu Aram. Quelle che qui riporto non sono voci isolate: sono ricerche, fonti, nomi verificabili, che chiunque può controllare. È questo che mi permetto di sottolineare con forza: l'impianto accusatorio contro Am Israel, quando lo si va a scavare, mostra crepe profonde. Non parlo per sentito dire: parlo di quello che emerge da chi ha fatto il lavoro di verifica che il film stesso, a quanto pare, non ha voluto fare.

Qui però voglio spostare lo sguardo, perché la domanda che mi brucia dentro non è "perché il mondo ci crede", ma "perché due ebrei si mettono in questa posizione". E qui non parlo di psichiatria da salotto, né mi permetto diagnosi su persone che non conosco. Parlo di un fenomeno che la psicoanalisi ha riconosciuto e studiato da quasi un secolo.

Fu Theodor Lessing, nel 1930, a coniare l'espressione "autodisprezzo ebraico" (Jüdischer Selbsthass), descrivendo ebrei che arrivavano a considerare ogni propria disgrazia una colpa della propria stessa identità, fino, nei casi più estremi da lui documentati, a desiderare la propria stessa scomparsa come popolo. Lessing sarebbe stato ucciso dai nazisti pochi anni dopo. Kurt Lewin, negli anni Quaranta, osservò come l'ebreo che si disprezza tenda a respingere proprio ciò che è più marcatamente ebraico in sé stesso e negli altri, nel tentativo di avvicinarsi a una maggioranza che lo tiene comunque ai margini.

Più vicino a noi, David Meghnagi — psicoanalista, membro dell'International Psychoanalytical Association, docente a Roma Tre — ha dedicato gran parte della sua opera a mostrare come l'antisemitismo, quando viene interiorizzato, produca esattamente questo: un ebreo che si fa specchio del pregiudizio altrui, che assorbe l'accusa invece di interrogarla. Lo psichiatra Kenneth Levin ha proposto, nel suo libro The Oslo Syndrome, una lettura che definisce «sindrome di Oslo»: la tendenza che si manifesta nelle persone sotto assedio prolungato a credere che la colpa della propria sofferenza sia propria e non di chi compie la violenza — un meccanismo che lui stesso paragona a quello del bambino abusato che si convince di meritare l'abuso.

Non sto usando questi studiosi per emettere un referto clinico su Abraham e Szor. La domanda che sono portata a pormi non è perché una narrazione così radicalmente accusatoria possa essere accolta, ma perché alcuni ebrei arrivino a identificarsi così profondamente con lo sguardo accusatorio rivolto contro Israele e, infine, contro loro stessi in quanto ebrei.

Trovo negli studi di Lessing, Levin e Meghnagi una possibile spiegazione: quello che vediamo accadere qui oggi non è un'anomalia inspiegabile, ma un fenomeno che il pensiero ebraico stesso ha nominato, studiato e raccontato. Anche se questo certamente non mi offre una consolazione, per lo meno mi aiuta a capire e a spostare la mia attenzione, il mio sguardo.

Per questo, con tutto l'amore di cui sono capace, abbandonata la sofferenza, mi trovo ad affermare: non è Am Israel ad avere un problema.

Chi ha un problema — profondo, doloroso, degno di compassione più che di odio — è chi sente il bisogno di piacere a chi lo vorrebbe morto.

La storia ce lo ha insegnato, e con un prezzo altissimo: gli ebrei che nei momenti più bui hanno cercato di compiacere i propri aguzzini, credendo che la collaborazione li avrebbe salvati, non sono stati risparmiati. Sono stati uccisi comunque — a volte proprio da chi avevano servito — dopo essere stati usati fino in fondo. Chi si allea con chi vuole la fine del proprio popolo non compra la propria sicurezza: la perde due volte, perché, tradendo il proprio prossimo, perde sé stesso prima ancora di essere tradito. Per questo non invoco vendetta, ma giustizia, nel nominare il lutto che l'uccisione della verità comporta e che riconosco.

Ieri sera si è chiuso il digiuno di Kippur. In Israele e in ogni angolo del mondo, il popolo ebraico si è fermato, ha pregato, ha digiunato, si è guardato dentro insieme — ognuna e ognuno nella propria casa, nella propria sinagoga, nel proprio cuore — eppure tutti dentro lo stesso giorno, la stessa Teshuvà, lo stesso silenzio davanti a D-o. È stato un momento intenso, vivo, concreto, che nessun documentario e nessuna accusa infondata può scalfire.

Non abbiamo bisogno di essere assolti dal mondo. A Kippur chiediamo il perdono di HaShem. Non abbiamo bisogno di modellare la nostra identità sull'ideologia del momento. Abbiamo la Torah. E non abbiamo bisogno di conquistare l'approvazione delle nazioni per sapere chi siamo. Abbiamo gli uni gli altri.

Ed è a questa forza che voglio tornare per chiudere: non alla rabbia verso chi si perde, ma alla gratitudine per ciò che ci tiene uniti. Perché mentre due dei nostri si allontanano cercando l'approvazione di chi ci odia, milioni di noi ieri sera hanno pregato insieme, digiunato insieme, pianto e sperato insieme. Questa è la vera risposta. Non un'accusa in più, ma una presenza che continua, ostinata e viva, a dire: Am Israel Chai.


Ariel Shimona Edith Besozzi



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