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La menzogna archeologica e il legame che nessuno può riscrivere

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 22 lug
  • Tempo di lettura: 3 min

Il 9 luglio 2026 il Centro di Archeologia di Salvataggio dell'Accademia delle Scienze russa e il Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Autorità Palestinese hanno firmato un memorandum di cooperazione per la documentazione di siti archeologici in Giudea e Samaria, tra cui Tel Sultan (Gerico) e le Piscine di Salomone.

Non è una notizia isolata. Un'analisi indipendente pubblicata su Times of Israel Blogs ha messo a confronto la descrizione israeliana di questi luoghi con quella russo-palestinese, e il contrasto è netto: dove l'archeologia israeliana colloca questi siti nel periodo del Secondo Tempio, nell'epoca asmonea ed erodiana, in rapporto diretto con Gerusalemme e il Monte del Tempio, il nuovo quadro russo-palestinese li inserisce genericamente tra i "monumenti dell'Africa e del mondo islamico".

Non è un dettaglio da poco. È una sostituzione.

Tel Sultan è Tel Gerico. Le Piscine di Salomone portano il nome di Salomone. Sono nomi che raccontano una continuità, non un'opinione, una stratigrafia: quella che gli archeologi scavano nella terra, e quella che il popolo ebraico porta viva nella memoria da tremila anni. Cambiare l'etichetta non cambia ciò che c'è sotto. Ma rivela l'intenzione: se un legame autentico esistesse davvero, ai suoi avversari basterebbe affrontarlo. Invece si preferisce sostituirlo.

Perché questa storia non è solo una questione di archeologia o di diplomazia. È una questione di promessa.

Ad Avraham, HaShem dice: "Tutto il paese che vedi, la darò a te e alla tua discendenza per sempre" (Bereshit 13:15). Ed è la stessa promessa che si rinnova con Yitzchak e Ya'akov, che attraversa lesodo dall'Egitto, l'esilio babilonese, la distruzione del Tempio, e arriva fino a noi. Non è un titolo di proprietà scritto da un'amministrazione umana: è un patto (brit) che nessuna firma su un memorandum può cancellare, perché non è mai dipeso da un consenso terreno.

Le travi carbonizzate ritrovate a Gerusalemme, bruciate nell'incendio babilonese del 586 a.e.v conservate per 26 secoli sotto l'intonaco fuso delle pareti, non sono un reperto tra gli altri. Sono la prova fisica di ciò che Yirmeyahu piangeva mentre accadeva, e di ciò che il popolo ebraico ha continuato a raccontare ogni Tisha B'Av da allora: la distruzione è stata reale, ma non è stata la fine. Il legno bruciato è rimasto lì, sotto la città ricostruita, come testimone silenzioso perché chi torna dall'esilio non cancella la memoria della ferita: la costruisce dentro le proprie fondamenta, e continua a vivere.

Questo è il punto che nessun memorandum russo-palestinese potrà mai toccare: la relazione tra il popolo ebraico ed Eretz Israel non nasce da un atto amministrativo umano.

C'è poi un paradosso che vale la pena osservare con lucidità, senza sconti a nessuno. La Russia, isolata dall'Occidente per la guerra in Ucraina, cerca oggi legittimità proprio nel blocco anti-israeliano e filo-palestinese, lo stesso blocco che, sul fronte ucraino, sostiene Kyiv contro Mosca. Nazioni e organizzazioni che si combattono su un tavolo, si ritrovano alleate sull'altro, quando il bersaglio comune è Israele. Non è coerenza ideologica: è convenienza tattica. E rivela quanto, a prescindere dagli schieramenti geopolitici del momento, l'ostilità verso Israele resta una costante capace di riunire anche chi su tutto il resto è diviso.

Chi possiede un legame autentico con una terra non ha bisogno di riscriverne l'archeologia. Il ricorso alla falsificazione: oggi un memorandum che sposta un'etichetta, ieri le accuse di sangue nel Medioevo, i Protocolli dei Savi di Sion nel Novecento non è mai stato il segno della forza di chi accusa. È il segno della sua debolezza: si costruisce ciò che i fatti non concedono. È, in fondo, anche una forma d'invidia l'incapacità di riconoscere ad Israele il ruolo che le nazioni non sanno accettare, diverso dal proprio, e che perciò cercano di negare, sostituire, cancellare.

Nessun memorandum, nessuna riscrittura d'archivio, cambia ciò che le pietre di Gerico e le Piscine di Salomone continuano a testimoniare da sole. E ora, a fianco di quelle pietre, anche il legno carbonizzato di Gerusalemme parla la stessa lingua: quella di un popolo che è stato bruciato e non è finito, che è stato esiliato e non ha dimenticato, che oggi torna a scavare — letteralmente — la propria storia nella propria terra.


Che questo possa essere l'ultimo Tisha B'Av nel lutto presto sostituito dalla redenzione.




Fonti:

  • Autorità per le Antichità d'Israele (IAA) — comunicato sullo scavo del parcheggio Givati, Città di David

  • WAFA (Palestinian News & Info Agency), 8–9 luglio 2026, su Piscine di Salomone

  • RIA Novosti, 9 luglio 2026 — dichiarazioni di Natalia Solovyova (direttrice del Centro di Archeologia di Salvataggio, ИИМК RAN) sulla firma del memorandum

  • Alexander Lutsenko, "Russia wages a battle against Israel over Jewish heritage in Judea and Samaria", The Times of Israel – The Blogs

  • Sefaria: Bereshit 13:15; Yirmeyahu (contesto della distruzione del Primo Tempio, Tisha B'Av)

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