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Amare è una scelta non un sentimento

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 23 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

Spesso, nel linguaggio comune — e in certo pacifismo da salotto — la parola “amore” viene svuotata di ogni sostanza.

Diventa un contenitore vago. Un rifugio emotivo. Un anestetico morale.

Si parla di “amore universale” come se fosse una posizione etica superiore, mentre troppo spesso è solo una forma di evasione: un modo per evitare responsabilità, per non scegliere, per non agire.

E, non di rado, diventa qualcosa di ancora più grave: uno strumento per chiedere al popolo ebraico di essere passivo. Di non difendersi. Di sacrificarsi.

Ma la Torah, nel cuore del libro di Levitico/Vaicrà, insegna l’esatto opposto.

L’amore non è un’emozione che “capita”. È una scelta precisa. È un comportamento. È halakhah.

Un percorso, non uno slogan

Nella Parashà di Kedoshim (Levitico 19:17-18), il comando di amare il prossimo non è isolato.

È il punto di arrivo di un percorso rigoroso:

“Non odierai tuo fratello nel tuo cuore; rimprovererai certamente il tuo prossimo e non porterai peccato a causa sua. Non ti vendicherai e non serberai rancore… amerai il tuo prossimo come te stesso”

Prima: non odiare. Poi: rimproverare. Poi: rinunciare a vendetta e rancore. Solo alla fine: amare.

Ramban (Nacmanide) legge questi versetti come una progressione morale: l’amore non è il punto di partenza, è il risultato di un lavoro interiore ed etico .

Questo è il primo errore contemporaneo: parlare di amore… come se potesse accadere senza attraversare il percorso che lo rende possibile.

Il rimprovero: l’atto di coraggio di chi ama davvero

La Torah impone una mitzvah scomoda:

“Rimprovererai certamente il tuo prossimo”.

Esiste un legame indissolubile tra il divieto di odiare e l’obbligo di parlare.

Il Talmud chiarisce che l’odio di cui si parla è quello nascosto, “nel cuore” — quello che non si manifesta apertamente ma corrode dall’interno .

Il rimprovero (tochachà) è l’antidoto a questo veleno.

È un atto di responsabilità. Non di aggressione.

I Maestri sono categorici:

Chi tace davanti all’errore per evitare tensioni non sta amando. Sta proteggendo sé stesso.

Ma il rimprovero ha un limite invalicabile.

Il Talmud spiega: non puoi umiliare l’altro, non puoi far “impallidire il suo volto” .

Dire la verità non basta. Bisogna dirla nel modo giusto.

Per il bene dell’altro. Non per sfogarsi. Non per ferire.

E non è semplice.

I Maestri stessi riconoscono una crisi: forse non sappiamo più né rimproverare né accettare rimprovero .

Vendetta personale e giustizia: una distinzione essenziale

Subito dopo, la Torah vieta:

“Non ti vendicherai e non serberai rancore”.

La Halakhah spiega questi concetti in modo molto concreto.

Se neghi un aiuto perché ti è stato negato — זו נקימה, זו vendetta. Se aiuti ma sottolinei il torto subito — זו נטירה, זה rancore .

Cioè: anche quando fai il bene, puoi restare prigioniero del risentimento.

La Torah chiede di uscire da questa meschinità.

Ma — ed è fondamentale —questo non significa rinunciare alla giustizia.

Ramban chiarisce con forza: quando esiste un danno reale o un obbligo legale, è dovere ricorrere al tribunale e ottenere giustizia .

La Torah non abolisce il דין.Lo purifica.

Non è vendetta proteggere ciò che è giusto. Non è rancore difendere la vita.

Amare “come te stesso”: la decodifica di Nacmanide

Qui si colloca il cuore del discorso.

Cosa significa davvero:

“Amerai il tuo prossimo come te stesso”?

Nacmanide è lucidissimo.

Non si tratta di un sentimento spontaneo. E neppure di una richiesta psicologicamente irrealistica.

Significa agire come se amassimo l’altro come noi stessi. Poichè l'azione compiuta aprirà la strada all'amore.

Desiderare per lui il bene che desideriamo per noi: onore, dignità, crescita.

E soprattutto:

sradicare l'invidia, quella “degradante gelosia” che porta a voler essere sempre superiori

L’amore autentico si misura nei comportamenti.

Non nelle dichiarazioni. Non nei principi astratti.

Ma nel modo in cui parliamo, giudichiamo, correggiamo, agiamo.

Per questo, nell’ebraismo, l’amore è inseparabile dalle mitzvot. E quindi… dall’amore per Hashem.

Il fallimento dell’amore generico

A questo punto, la retorica dell’“amore incondizionato” rivela tutta la sua fragilità.

Chi parla continuamente di amore universale spesso non riesce ad amare davvero:

  • non sa dire una verità senza ferire o senza fuggire

  • non sa assumersi responsabilità concrete

  • non sa distinguere tra giustizia e vendetta

  • non sa riconoscere il male

L’eccesso, l'idea del tutto, diventa una scusa.

Una scusa per non scegliere. Per non agire. Per relativizzare.

E così l’amore diventa… inesistente.

Israele e il falso pacifismo

Questa distorsione emerge oggi con particolare evidenza nel modo in cui si parla di Israele.

Quando si chiede a Israele di non difendersi, non si sta parlando di amore.

Si sta chiedendo al popolo ebraico di essere sacrificabile.

Si invoca un pacifismo astratto —che viene dichiarato sulla pelle degli ebrei.

Ma la Torah non chiede questo.

La Torah vieta la vendetta personale. Vieta il rancore.

Non vieta la difesa della vita. Non vieta la giustizia. Non vieta la responsabilità collettiva.

Confondere queste dimensioni non è elevazione morale.

È una forma di disonestà.

Kilayim: non mescolare ciò che deve restare distinto

Subito dopo questi comandamenti, la Torah introduce le leggi di kilayim: il divieto di mescolare specie diverse.

Perché?

Ramban spiega: Dio ha creato un ordine nel mondo, e mescolare ciò che deve restare distinto significa alterare la Creazione .

C’è qui una lezione etica potente.

Non dobbiamo mescolare i concetti.

Non possiamo mescolare:

  • amore e resa al male

  • pace e ingiustizia

  • compassione e passività

  • etica e paura

L’amore autentico non è confusione. È distinzione, santità.

È fedeltà all’ordine morale della Torah.

Un amore esigente

“Amerai il tuo prossimo come te stesso” non è una frase consolatoria.

È una richiesta radicale.

Significa:

  • non odiare nel cuore

  • saper rimproverare senza umiliare

  • non nutrirsi del torto subito

  • non confondere giustizia e vendetta

  • agire concretamente per il bene dell’altro

Per questo l’amore, nell’ebraismo, non è debole.

È difficile. È disciplinato. È esigente.

Ed è proprio per questo… che è santo.


🎧 Ascolta ora la puntata: [Inserisci Link Spreaker/Spotify]

"Ogni amore che non è accompagnato dal rimprovero non è vero amore." (Midrash)
"Ogni amore che non è accompagnato dal rimprovero non è vero amore." (Midrash)

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