Behar-Bechukotai | Il Patto non si spezza
- arielshimonaedith
- 7 mag
- Tempo di lettura: 5 min
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Con le parashot di Behar Sinai e Bechukotai si conclude il libro di Vaikrà/Levitico. Ed è significativo che proprio alla fine di questo libro — il libro della santità, della prossimità tra l’uomo e Hashem, della responsabilità del popolo ebraico davanti al Divino — la Torah ci conduca dentro una delle domande più misteriose della storia umana: come ha fatto Am Israel a sopravvivere?
Non semplicemente a sopravvivere biologicamente, ma a continuare a vivere come popolo ebraico. A continuare a studiare Torah, a costruire sinagoghe, a sposarsi, a fare figli, a osservare mitzvoth, a mantenere il Berit, il Patto, anche quando tutto sembrava indicare che sarebbe stato più semplice assimilarsi, sparire, rinunciare o fuggire.
La Torah non offre mai una visione ingenua della storia. Non promette sicurezza continua, né amore da parte delle nazioni. Non promette assenza di persecuzione o di dolore. Eppure promette qualcosa di infinitamente più radicale: che il Patto non verrà spezzato.
La parashà di Behar introduce una delle mitzvoth più destabilizzanti dell’intera Torah: la Shemità, il riposo della terra nel settimo anno.
“Nel settimo anno sarà un sabato assoluto per la terra, uno Shabbat per Hashem.”(Levitico 25:4)
Non si tratta soltanto di una norma agricola. La Shemità è una pedagogia spirituale profondissima. La Torah conosce perfettamente la reazione umana davanti a questo precetto e anticipa la domanda che ogni uomo porrebbe:
“E se direte: cosa mangeremo nel settimo anno?”(Levitico 25:20)
È una domanda concreta, persino drammatica. La Torah non nega la paura, non spiritualizza l’angoscia della precarietà. La attraversa. Ed è proprio qui che emerge il concetto di Bitachon.
Bitachon non significa ottimismo psicologico, né pensiero positivo, né autoillusione. Significa continuare il cammino con Hashem anche quando la realtà sembrerebbe suggerire il contrario. Significa non identificare la sicurezza con il controllo assoluto.
Il Midrash sui Tehillim commenta il versetto:
“Benedite Hashem, voi Suoi angeli, potenti nella forza.”(Salmi 103:20)
e si domanda chi siano davvero questi “gibborei koach”, i potenti. La risposta sorprende: sono coloro che osservano la Shemità. Sono gli uomini e le donne che vedono il proprio campo aperto a tutti, il proprio raccolto accessibile, il proprio controllo sospeso, e continuano comunque ad avere fiducia.
Questa forza attraversa tutta la storia ebraica. Perché il miracolo della sopravvivenza di Israele non nasce dalla potenza materiale. Nasce dal fatto che generazioni di ebrei hanno continuato a creare vita ebraica anche nei momenti più oscuri della storia. Hanno costruito mikvaot nei ghetti, fondato yeshivot durante le persecuzioni, celebrato matrimoni nei campi profughi, studiato Torah durante e dopo la Shoah e continuano oggi a vivere e costruire in Israele anche sotto le bombe e le sirene.
Questo è Bitachon. Non l’assenza della paura, ma la decisione di non lasciare che la paura spezzi il Patto.
Il Kli Yakar (Rabbi Shlomo Ephraim Luntschitz, 1550-1619) propone una lettura straordinaria della promessa divina legata alla Shemità. Il miracolo non è necessariamente l’aumento soprannaturale del raccolto. Il miracolo è che ciò che esiste basti.
È una differenza enorme. Il mondo contemporaneo misura tutto attraverso l’accumulo, la crescita continua, l’espansione, il controllo. La Torah introduce invece una logica completamente diversa. La benedizione non coincide sempre con l’eccesso. Talvolta coincide con la sufficienza.
Forse anche la sopravvivenza ebraica nella storia funziona così. Israele non è sopravvissuto perché potente, numeroso o amato dalle nazioni. Dal punto di vista storico e sociologico, la sopravvivenza ebraica dopo l’esilio romano, le espulsioni, i pogrom, l’Inquisizione, la Shoah e il terrorismo contemporaneo appare quasi inspiegabile.
Eppure Am Israel continua ad esistere. Non perché la storia sia stata benevola, ma perché il Berit continua.
La parashà di Bechukotai è una delle più dure della Torah. Parla esplicitamente di esilio, dispersione, devastazione, paura e persecuzione. La Torah non romanticizza la storia ebraica. La conosce profondamente.
Eppure proprio nel cuore delle ammonizioni appare uno dei versetti più sconvolgenti dell’intera Torah:
“Ma anche quando saranno nella terra dei loro nemici, non li rigetterò e non li distruggerò fino ad annullare il Mio Patto con loro.”(Levitico 26:44)
Rav Jonathan Sacks spiegava che questo versetto distrugge completamente la teologia della sostituzione, cioè l’idea che Israele sia stato “rimpiazzato” nella storia del rapporto con Dio.
Eppure questa teologia continua a riapparire, sia nel cristianesimo storico sia nelle ideologie contemporanee, comprese certe forme della cultura woke. Cambiano i linguaggi, ma il meccanismo spesso resta identico: Israele deve sparire, storicamente, spiritualmente o politicamente.
Molto spesso il problema non è realmente l’elezione ebraica. È qualcosa di più profondo. L’esistenza stessa di Am Israel disturba perché ricorda al mondo una responsabilità, un limite, una memoria, una fedeltà che richiede fatica.
Ed è spesso più semplice tentare di distruggere chi continua a testimoniare questa fedeltà piuttosto che interrogare il proprio vuoto spirituale.
La tradizione ebraica collega profondamente il lashon hara all’orgoglio.
Il Salmo afferma:
“Chi calunnia il prossimo in segreto, io lo distruggerò; chi ha occhi alteri e cuore superbo, non lo posso soffrire.”(Salmi 101:5)
Il Talmud in Arakhin 15b unisce direttamente maldicenza, superbia e distruzione del tessuto umano. Il Maharsha spiega che chi parla male dell’altro spesso lo fa per elevarsi, per sentirsi superiore.
È un meccanismo antico quanto l’umanità. E forse molte dinamiche contemporanee funzionano esattamente così. Sminuire Israele, negarne il diritto ad esistere, trasformare ogni autodifesa ebraica in colpa assoluta, diventa un modo per evitare di interrogare se stessi.
In Bechukotai Hashem spiega il perchè dell'ordine in cui vengono nominati i patriarchi Giacobbe, Isacco, Abramo. Ciascuno rappresenta una via diversa. Abramo è il chesed, Isacco il sacrificio, Giacobbe la Torah.
Perché non tutti tornano ad Hashem nello stesso modo. Esistono molte strade per la Teshuvà. Alcuni ritornano attraverso lo studio, altri attraverso il dolore, altri ancora attraverso la bontà, la resistenza, la caduta o il ritorno lento.
Nessun ebreo è completamente fuori dal Patto. Nessuna generazione è definitivamente perduta.
Il profeta Zaccaria descrive il Messia come:
“Povero e cavalca un asino.”(Zaccaria 9:9)
Il Talmud in Sanhedrin 98 mette in relazione questa immagine con quella gloriosa del Messia “sulle nuvole del cielo”. La risposta dei Maestri è straordinaria: se Israele merita, la redenzione sarà gloriosa; se non merita, sarà lenta, difficile, umile.
L’asino non corre. Si ferma, si impunta, talvolta sembra tornare indietro. Eppure continua il cammino.
Forse la storia ebraica è proprio questo. Non una linea retta, ma una fedeltà ostinata dentro esili, guerre, ritorni, tragedie e rinascite.
Questo non è ottimismo ingenuo. È Bitachon. È la scelta di continuare a camminare anche quando non vediamo chiaramente la strada.
Forse il vero miracolo di Israele non è semplicemente essere sopravvissuti. Molti popoli sono sopravvissuti. Il miracolo è essere rimasti fedeli.
Continuare a fare mitzvoth, a studiare Torah, a costruire vita ebraica, a scegliere Hashem anche quando il mondo sembrava suggerire il contrario.
La Torah non promette che saremo sempre compresi o amati. Promette però qualcosa di infinitamente più importante: che il Berit non verrà spezzato.
E forse oggi il compito più difficile è proprio questo: continuare a restare ebrei senza chiedere il permesso al mondo.
Shabbat Shalom.





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