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Bamidbar, nel deserto

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

puoi 🎧 Ascoltare una sintesi del testo qui


Con la parashà di questa settimana entriamo nel quarto libro della Torah: Bamidbar. La traduzione più comune è “Nel deserto”, ma come spesso accade nella lingua santa, dietro una parola apparentemente semplice si apre un intero universo spirituale.

La parola Bamidbar (במדבר) deriva dalla radice ד-ב-ר, la stessa da cui nasce dibber, “parlare”. Il deserto, dunque, non è soltanto uno spazio geografico vuoto e ostile: è il luogo dove la Parola può finalmente essere ascoltata. È il luogo in cui il rumore umano si riduce abbastanza da permettere alla Voce divina di emergere.

Non è un caso che proprio nel deserto Israele riceva la Torah. E non è casuale nemmeno che il mondo non ebraico abbia scelto di chiamare questo libro “Numeri”, concentrandosi sui censimenti che lo aprono e forse non comprendendone il senso profondo. Perché proprio qui si gioca una tensione centrale della condizione umana: la differenza tra contare le persone e riconoscerne il valore.

La Torah, infatti, avrebbe potuto utilizzare un verbo semplice per dire “contate il popolo”. Invece sceglie un’espressione sorprendente:

שְׂאוּ אֶת־רֹאשׁ

Se’u et rosh “ Sollevate la testa”.


Non un freddo conteggio statistico. Non una massa anonima. Ma l’elevazione del volto di ogni individuo.

Rashi spiega che Hashem conta Israele perché lo ama. Come chi possiede pietre preziose e continua a contarle non per necessità matematica, ma per affetto, per gioia, per attenzione. Israele viene contato perché è prezioso.

Lo Sforno aggiunge un dettaglio straordinario. Il versetto parla di “numero di nomi” — bemispar shemot. Non numeri astratti, ma nomi. E per lo Sforno ogni nome rifletteva la specifica forma spirituale dell’individuo, la sua missione unica, irripetibile. Non esistono due anime identiche. Non esistono persone sostituibili.

Ed è qui che la Torah si pone in radicale opposizione a quasi tutte le grandi ideologie moderne.

Le dittature totalitarie hanno ridotto l’essere umano a numero in modo esplicito. Ma anche molte strutture contemporanee che si definiscono democratiche o progressiste finiscono per fare la stessa cosa in maniera più sofisticata. L’uomo diventa dato statistico, categoria sociale, elettorato, produttività, algoritmo, consenso. Si parla continuamente di “umanità”, ma si perde il volto concreto dell’essere umano.

L’ebraismo invece insiste su qualcosa di scandalosamente controcorrente: ogni persona è un mondo intero.

Per questo esiste persino un divieto di contare direttamente il popolo. In Esodo 30 il censimento avviene attraverso il mezzo siclo, mai tramite enumerazione diretta delle persone. Rashi, commentando il testo, spiega:

“Perché il censimento è soggetto all’ayin hara.”

L’ayin hara, l’“occhio malevolo”, è spesso banalizzato o trattato come superstizione folkloristica. In realtà le fonti rabbiniche parlano di qualcosa di molto più profondo: la vulnerabilità che nasce dall’eccessiva esposizione, dall’ostentazione, dall’orgoglio collettivo, dall’essere ridotti a oggetto di sguardo e di possesso.

Quando il re Davide decide di contare il popolo (2 Samuele 24), la Torah descrive l’evento come un peccato gravissimo. Non perché contare sia di per sé proibito, ma perché Davide rischia di attribuire la forza di Israele ai numeri anziché ad Hashem. E subito dopo arriva la pestilenza.

La tradizione comprende qui un principio essenziale: quando l’uomo si pensa soltanto come quantità, perde il contatto con la propria anima.

Viviamo oggi in una civiltà dominata dall’esposizione permanente. Tutto deve essere mostrato, quantificato, validato. Corpi, emozioni, relazioni, figli, spiritualità, perfino il dolore. L’essere umano contemporaneo misura il proprio valore nello sguardo altrui.

L’ebraismo invece fonda il valore dell’uomo nello sguardo di Dio.

E proprio per questo il deserto diventa il luogo decisivo della formazione spirituale.

Rav Jonathan Sacks propone una riflessione illuminante sul rapporto tra Shemot e Bamidbar. Il libro dell’Esodo racconta la fuga: un popolo oppresso che scappa dalla schiavitù. Bamidbar racconta invece qualcosa di infinitamente più difficile: il viaggio della libertà.

Fuggire dall’Egitto è un atto di sopravvivenza. Costruire una società libera è una responsabilità. Ed è qui che il testo biblico si fa duro, persino doloroso. Nel deserto Israele si lamenta, dubita, cade, si ribella. Perché la prova più difficile non è spezzare le catene esteriori, ma imparare a vivere senza di esse.

Molte rivoluzioni moderne hanno dimostrato esattamente questo paradosso. Distruggere è relativamente semplice. Costruire una civiltà giusta è immensamente più difficile. La Rivoluzione francese, nata in nome della libertà, generò il Terrore. I totalitarismi del Novecento promettevano emancipazione e produssero massacri industrializzati. Anche a livello individuale l’uomo contemporaneo desidera liberarsi da ogni limite, salvo poi trovarsi paralizzato davanti al peso della responsabilità.

Israele attraversa il deserto proprio per imparare la responsabilità della libertà.

Bamidbar Rabbah sviluppa magnificamente questo tema. Il Midrash ricorda che nel deserto Hashem si prende cura del popolo attraverso tre doni: la manna, le nuvole di gloria e il pozzo di Miriam. Il deserto non è assenza di Dio, ma dipendenza radicale da Lui.

E ancora più sorprendente è l’insegnamento del Midrash:

“Chiunque non si renda come un deserto non può acquisire la Torah.”

Solo chi accetta di svuotarsi dal proprio ego può ricevere veramente. Solo chi smette di idolatrare sé stesso può ascoltare. Forse il grande dramma spirituale che ognuno di noi attraversa nell’Occidente contemporaneo nasce dall’incapacità di tacere abbastanza da poter ascoltare qualcosa che non sia il proprio riflesso.

Ed è qui che emerge il segreto più profondo dell’ebraismo: la speranza.

Non un ottimismo ingenuo. Non una negazione della realtà. Ma una disciplina spirituale.

Israele continua a camminare anche nel deserto della storia. Attraversa esili, persecuzioni, pogrom, Shoah, guerre, terrorismo, odio, e continua comunque a costruire famiglie, scuole, Torah, vita.


Rav Sacks scrive che “non c’è nulla di più sovversivo della speranza”.


Ed è vero. Perché sperare significa rifiutarsi di credere che il male abbia l’ultima parola.

Abramo lascia Ur e continua il viaggio fino a Canaan, mentre suo padre Terach si era fermato a metà strada. Mosè continua a pregare anche dopo il peccato del vitello d’oro. Israele continua a ricostruire anche dopo ogni distruzione.

Questo è il cuore del Patto ebraico: continuare a camminare anche quando il deserto sembra interminabile.

Ed è significativo che Bamidbar arrivi subito dopo Bechukotai.

La parashà precedente ci parlava del Sur Merà: allontanarsi dal male. Bamidbar introduce invece l’Asé Tov: la responsabilità di costruire il bene.

Perché non basta evitare il male. Occorre edificare. Occorre assumersi il peso della libertà. Occorre scegliere, giorno dopo giorno, di diventare partner di Hashem nella costruzione del mondo.

La Mishnah in Sanhedrin insegna:

“Chi salva una sola vita salva un mondo intero.”

È probabilmente una delle affermazioni più radicali mai pronunciate nella storia umana.

Ogni persona è un mondo intero. Ogni anima ha un nome. Ogni volto è insostituibile.

Le ideologie contano masse. La Torah solleva teste.

E forse è proprio questo il messaggio più urgente di Bamidbar per il nostro tempo: nel deserto della storia, Hashem continua a chiamare ogni essere umano per nome.

Non come numero. Non come ingranaggio. Non come statistica.

Ma come creatura fatta a Sua immagine, chiamata a camminare verso la libertà, la responsabilità e la speranza.


Shabbat Shalom



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