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Nobel ai bambini di Gaza? Definiamo prima "bambini"!

  • Immagine del redattore: arielshimonaedith
    arielshimonaedith
  • 11 ago
  • Tempo di lettura: 7 min

Ci sono parole che sembrano appartenere alla sfera della purezza.

Bambini. Pace. Innocenza.

Eppure anche queste parole possono essere usate per costruire una narrazione politica.

Da giorni viene rilanciata, anche sulle pagine di Avvenire, la proposta di candidare i bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace. L'appello, promosso dal filosofo Eugenio Mazzarella, viene presentato come un gesto universale, capace di trasformare la sofferenza dell'infanzia palestinese in un simbolo di pace.

Ma io non riesco ad accettare questa narrazione.

Non perché non veda il dolore dei bambini.

Lo vedo.

Proprio perché lo vedo, rifiuto che venga utilizzato per cancellare la verità.

E la verità, prima di tutto, è questa:

non esiste una equivalenza morale tra Hamas e Israele.

Non esiste.

Hamas è un'organizzazione terroristica che ha costruito la propria identità politica e militare sull'eliminazione di Israele, sul terrorismo contro i civili, sul rapimento, sulla violenza e sull'odio.

Israele è uno Stato.

Uno Stato che è stato aggredito.

Uno Stato che ha il diritto — come ogni Stato sovrano — di difendere i propri cittadini.

E un popolo che è stato massacrato non ha il dovere di offrirsi nuovamente al massacro in nome di una concezione astratta e suicida della pace.

Mai più.

Questa parola, per noi ebrei, non è uno slogan.

È memoria.

È storia.

È sangue.

È la promessa fatta ai nostri morti.

Definiamo “bambini”

Ecco perché vorrei partire proprio da questa parola.

Bambini.

Non tutti i bambini sono soltanto una fotografia.

Dietro ogni bambino c'è un mondo.

Ma dietro ogni fotografia può esserci anche una narrazione.

E allora bisogna avere il coraggio di chiedere:

chi ha trasformato i bambini di Gaza nel simbolo assoluto di questa guerra?

E soprattutto: chi viene lasciato fuori dall'inquadratura?

Dove sono i bambini israeliani del kibbutz?

Dove sono i bambini massacrati il 7 ottobre?

Dove sono i bambini della famiglia Bibas, rapiti, tenuti ostaggio, massacrati, strangolati a mani nude e restituiti morti anni dopo?

Dove sono i bambini israeliani che da anni imparano a distinguere il rumore di un'esplosione da quello di una sirena?

Dove sono i bambini ebrei che nel mondo vivono con la paura di un nuovo pogrom?

Perché un bambino israeliano sembra diventare immediatamente un essere umano quando viene ricordato, ma troppo spesso scompare quando la fotografia serve a costruire l'accusa contro Israele?

Questa non è compassione.

Questa è compassione selettiva!

E una compassione selettiva cessa di essere universale.

Israele non è Hamas

Distinzione che non accetto venga cancellata in nome di un pacifismo da salotto.

Israele ha un esercito.

Hamas ha un'organizzazione terroristica.

Israele possiede tribunali, una magistratura indipendente, un'opposizione politica, una stampa libera, un dibattito pubblico vivace, commissioni d'inchiesta, famiglie che protestano contro il proprio governo e soldati sottoposti alla legge.

Israele può essere criticato.

E infatti viene criticato.

Continuamente.

Persino dai suoi cittadini.

Persino dai suoi soldati.

Persino dalle sue istituzioni.

Questa capacità di interrogare se stessi non è una debolezza.

È una delle forme più alte della civiltà democratica.

E, per un'ebrea, è qualcosa di ancora più profondo.

Perché la Torah non ci chiede di essere semplicemente vittoriosi.

Ci chiede di essere giusti.

 Tzedek, tzedek tirdof.

Giustizia, giustizia perseguirai.

Due volte giustizia.

Come se la Torah volesse impedirci di dimenticare che anche quando abbiamo ragione dobbiamo vigilare su noi stessi.

Questa è la nostra forza.

Non l'assenza di errori.

La capacità di giudicarli.

La guerra non è un rito di purificazione

Non idealizzo la guerra.

La guerra è orrore.

La guerra uccide.

La guerra ferisce.

La guerra produce tragedie che nessuna persona sana di mente può desiderare.

Ma una cosa è riconoscere l'orrore della guerra.

Un'altra è cancellare la responsabilità di chi l'ha iniziata.

Il 7 ottobre non è caduto dal cielo.

Non è stato un incidente della storia.

Non è stata una “reazione”.

È stato un attacco deliberato contro civili israeliani, accompagnato da massacri, stupri, rapimenti e presa di ostaggi.

E dopo quell'attacco Israele ha combattuto una guerra contro Hamas.

Una guerra nella quale l'esercito israeliano ha adottato, come sempre fa, procedure di avvertimento e di evacuazione della popolazione civile: volantini, telefonate, messaggi e indicazioni sulle aree da lasciare. Sono fatti documentati anche dalle stesse comunicazioni ufficiali israeliane.

Questo non significa che ogni operazione sia automaticamente giusta.

Non significa che ogni vittima civile sia irrilevante.

Non significa che ogni decisione militare debba essere assolta a priori.

Significa una cosa molto più semplice:

Il contesto conta.

E se il contesto viene deliberatamente cancellato, anche la parola “pace” diventa una parola manipolata.

Chi porta la responsabilità?

È qui che la retorica di certi ambienti cattolici mi inquieta.

Perché il bambino di Gaza viene spesso mostrato come se la sua sofferenza fosse sufficiente, da sola, a costruire una colpa.

Ma la domanda dovrebbe essere:

chi ha portato questa guerra dentro Gaza?

Chi ha costruito basi militari dentro e sotto le aree civili?

Chi ha trasformato la popolazione in uno strumento di guerra?

Chi ha costruito tunnel e infrastrutture militari accanto a case, scuole, ospedali e luoghi civili?

Chi ha trasformato il proprio popolo in scudo umano?

E soprattutto:

Chi ha iniziato questa guerra con un massacro di civili?

Hamas.

Non il bambino di Gaza.

Ma nemmeno Israele.

E questo va detto senza paura.

Perché attribuire responsabilità a chi ha scatenato una guerra non significa attribuire colpa alle sue vittime.

Al contrario.

Significa prendere sul serio quelle vittime.

E poi c'è una parola che gli ebrei conoscono troppo bene

Sangue.

Per secoli l'Europa cristiana ha raccontato che il sangue dei bambini cristiani era necessario agli ebrei.

Bambini morti.

Ebrei accusati.

Popolazioni infiammate.

Processi.

Torture.

Condanne.

Espulsioni.

Massacri.

Una delle più terribili invenzioni della storia europea fu proprio questa: trasformare il corpo di un bambino morto in una prova contro gli ebrei.

Nel territorio vicentino abbiamo un nome che non possiamo dimenticare:

Lorenzino da Marostica.

Nel 1485 il corpo di un bambino fu ritrovato nelle campagne di Valrovina. La morte venne trasformata nella leggenda di un omicidio rituale attribuito agli ebrei di Bassano. L'accusa contribuì al clima che portò all'espulsione degli ebrei da Vicenza e dal suo territorio. Il culto di Lorenzino sopravvisse per secoli e nonostante sia stato dichiarato revocato nel 1965 sulla base delle prove storiche che ne hanno dimostrato la totale infondatezza, ancora oggi è presente con scuole intitolate, vie e la presenza della reliquia nella chiesa.

Pensiamoci.

Un bambino morto.

Una comunità accusata.

Un popolo trasformato in mostro.

E il sangue del bambino usato come prova.

Questa è la Accusa del Sangue.

È una delle matrici più oscure dell'antisemitismo europeo.

Ed è proprio per questo che noi ebrei dobbiamo avere una memoria lunghissima.

Non per accusare eternamente i cristiani.

Non per rifiutare ogni dialogo.

Ma per riconoscere i meccanismi quando ricompaiono.

Non sto dicendo che ogni critica a Israele sia antisemitismo

Lo dico con assoluta chiarezza.

Israele può essere criticato.

Un generale può essere criticato.

Un soldato può essere processato.

Un'operazione militare può essere giudicata.

Se un israeliano commette un crimine, deve risponderne.

La Torah non ci autorizza all'ingiustizia perché siamo stati vittime dell'ingiustizia.

Anzi.

Ci impone una responsabilità ancora maggiore.

Ma proprio per questo non accetto che si costruisca una caricatura di Israele come unico soggetto moralmente responsabile della tragedia.

Non accetto che Hamas venga trasformato in un nobile movimento di resistenza.

Il terrorismo non può essere chiamato “resistenza”.

Non accetto che il rapimento di bambini diventi una nota a margine.

Non accetto che gli ostaggi vengano dimenticati.

Non accetto che il 7 ottobre venga retrocesso a un pretesto.

E non accetto che il diritto di Israele a vivere venga trattato come una questione opinabile.

Non chiamatela pace

Perché la pace senza verità non è pace.

È soltanto silenzio.

E la pace senza giustizia non è pace.

È una tregua prima della prossima violenza.

La tradizione ebraica non ci ha mai insegnato che la pace consiste nel lasciare che il violento e la sua vittima vengano messi sullo stesso piano.

La pace biblica è Shalom.

Ma Shalom non significa semplicemente assenza di guerra.

Significa integrità.

Ordine.

Giustizia.

Pienezza.

E non può esserci Shalom quando a un popolo viene chiesto di accettare la propria cancellazione come prezzo della pace.

E allora, Nobel ai bambini di Gaza?

No.

Non quando una candidatura apparentemente umanitaria rischia di trasformarsi nell'ennesima narrazione nella quale Israele viene collocato sul banco degli imputati mentre il terrorismo che ha generato questa guerra scompare dal quadro.

Se volete davvero fare un gesto per i bambini, allora chiedete qualcosa di molto più difficile.

Chiedete che Hamas deponga le armi.

Chiedete che Gaza venga liberata dal terrorismo.

Chiedete che i bambini palestinesi non vengano più educati all'odio e alla morte.

Chiedete che possano crescere senza essere utilizzati come strumenti di guerra.

E soprattutto chiedete che Israele possa finalmente vivere senza dover dimostrare a ogni generazione di meritare il diritto di esistere.

Questo sarebbe un messaggio di pace.

Non una candidatura simbolica.

La nostra risposta alle aggressioni non è vendetta

E qui, proprio qui, voglio essere profondamente ebraica.

Perché difendere Israele non significa amare la guerra.

Significa amare la vita.

Significa sapere che pikuach nefesh, la salvaguardia della vita umana, è un principio immenso della nostra tradizione.

Significa rifiutare la morte come destino.

Significa non consegnare mai più i nostri figli nelle mani di chi li vuole morti.

Noi non dobbiamo diventare ciò che combattiamo.

Dobbiamo rimanere ciò che siamo.

Un popolo che conosce la sofferenza.

Un popolo che conosce l'esilio.

Un popolo che conosce la persecuzione.

Un popolo che ha conosciuto Auschwitz.

E che dopo Auschwitz ha avuto il coraggio di tornare a casa.

Israele è quella casa.

Non perfetta.

Non esente da errori.

È CASA

E nessuno ha il diritto di chiederci di consegnarla.

Mai più

Per me, dunque, “mai più” significa davvero mai più.

Mai più Masada.

Mai più pogrom.

Mai più Shoah.

Mai più bambini ebrei sacrificati sull'altare delle ideologie altrui.

Mai più il silenzio davanti al massacro perché la vittima è ebrea.

Mai più il mondo che aspetta di vedere quanti ebrei devono morire prima di riconoscere che abbiamo diritto a difenderci.

E non voglio una pace che ci chieda di dimenticare.

Voglio una pace fondata sulla memoria.

Sulla verità.

Sulla giustizia.

Sul diritto di Israele a vivere.

E sul diritto di ogni essere umano a vivere senza essere utilizzato come arma.

Per questo non accetto che il volto di un bambino diventi una clava contro il mio popolo.

Un bambino non deve diventare una prova contro Israele.

E Israele non deve diventare il colpevole eterno della storia perché ha avuto il coraggio, dopo duemila anni di persecuzioni, di dire:

questa volta ci difenderemo.

Questo insegniamo ai nostri figli.

Non a odiare.

Non a vendicarsi.

Ma a ricordare.

A distinguere.

A non confondere la misericordia con la resa.

La pace con la sottomissione.

La giustizia con la vendetta.

E soprattutto:

la vittima con il carnefice.

Perché noi sappiamo che cosa accade quando questa distinzione viene cancellata.

Lo abbiamo pagato con milioni di vite.

Lo abbiamo pagato con il sangue.

E dunque oggi, davanti al mondo, possiamo ancora dire una sola cosa.

Con voce ferma.

Senza odio.

Senza vergogna.

Senza chiedere permesso:

Am Israel Chai.

Il popolo d'Israele vive.

E vivrà.


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