28 Elul 5786 - Quando l’amore incontra la verità
Riflessione personale, tra Torah, attualità e la mia stanchezza di quest'estate.
🎧 Questa riflessione nella puntata del podcast: → Ascoltala qui https://open.spotify.com/episode/16Y5bKbe9rJpPsfBXqZY6H?si=K5iy6qqIQV6itxszbtTPzA
Oggi è il 28 di Elul, e scrivo con la stessa onestà con cui parlo nel podcast. Questa è l’ennesima estate in cui non ho potuto riposare. Un'estate in cui questa stanchezza a volte mi rende arida: fatico a trovare concentrazione, e ciò che accade nella mi vita e nel mondo pesa di più quando le energie sono poche. Eppure resto convinta che il precetto più importante per me, in questo momento, sia quello della gioia, non il lamento. È molto maggiore il bene che ricevo e vedo di quanto non lo sia il male, dunque scelgo di essere felice!
Prima di entrare nel cuore di questa riflessione, un annuncio: da Rosh Hashanà mi prendo una pausa dal podcast fino al 30 di Thisrì 5787, per raccogliere le idee ed elaborare un nuovo progetto per un anno che porta con sé, per diverse ragioni, una sua particolarità.
Nel frattempo se volete scrivermi vi ricordo la mia mail: sono.sionista@gmail.come
Nelle scorse settimane ho seguito una lezione di Rav Alfonso Arbib, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Milano, tenuta durante la Giornata Europea della Cultura Ebraica 2026, dedicata al tema "Il Dio dell'amore e il Dio di giustizia". Ne condivido qui lo sviluppo, intrecciato con la mia riflessione.
Il primo pilastro è il Libro di Giona, che si legge tradizionalmente a Yom Kippur [^1]. Dio incarica il profeta di andare a Ninive, città malvagia, per annunciarne la distruzione imminente — non per distruggerla, ma perché la minaccia porti al ravvedimento. Giona rifiuta e fugge. Nel finale del libro spiega il motivo della fuga citando i tredici attributi della misericordia divina rivelati a Moshè sul monte [^2] — ma con un'omissione: nella sua citazione manca la parola "Verità", Emet, che invece è presente nel testo originale dell'Esodo[^3]. Giona non accetta che la salvezza concessa a Ninive si fondi su un ravvedimento che giudica superficiale: vede, in quel perdono, troppo amore (Chesed) e non abbastanza verità e giustizia.
Per illuminare il dilemma di Giona, Rav Arbib richiama un Midrash molto noto legato ai nomi di Dio nel racconto della creazione [^4]. Il nome Elokim rappresenta l'attributo della Giustizia pura (Middat HaDin); il Tetragramma rappresenta la Misericordia. Se il mondo fosse stato creato con la sola giustizia pura, insegna il Midrash, sarebbe "esploso", incapace l'uomo di reggerla; con la sola misericordia assoluta, sarebbe "imploso" nella mancanza di regole. Il Midrash usa l'immagine di un re che versa acqua bollente in bicchieri di cristallo, che si rompono, poi acqua gelata, e si rompono lo stesso finché non mescola le due acque insieme. Così Hashem ha creato il mondo mescolando giustizia e misericordia, perché l'essere umano, fragile per natura, potesse reggerlo.
Colpisce, letta oggi, quanto quest'immagine parli anche della fatica personale: reggere non significa scegliere un solo estremo, ma tenere insieme, con difficoltà, due forze che sembrano opposte.
Il terzo pilastro della lezione riguarda il celebre versetto di Vayikrà: "Ama il prossimo tuo come te stesso" [^5], che Rabbi Akiva definisce un Klal Gadol BaTorah, una regola generale fondamentale da cui derivano tutte le altre norme [^6]. Ma è possibile comandare un sentimento? È realistico amare uno sconosciuto come sé stessi?
La risposta arriva da una storia molto nota: un pagano chiede di insegnargli tutta la Torah mentre sta in equilibrio su un piede solo. Shammai lo respinge, Hillel risponde: "Ciò che è odioso a te, non farlo al tuo prossimo: questa è tutta la Torah, il resto è commento va' e studia" [^7]. Hillel sposta il verbo: non più "ama" (un sentimento), ma "non fare" (un'azione). Il comportamento concreto precede, e può generare, il sentimento.
È qui che la lezione di Rav Arbib incontra, per me, l'attualità. Un amore che non è accompagnato da giustizia e verità — insegna la tradizione — non produce pace, ma conflitto o cedimento. Nel settembre del 1938 Neville Chamberlain volò a Monaco convinto di poter addomesticare con la diplomazia un totalitarismo, e scelse la via dell'arrendevolezza, sacrificando i confini della Cecoslovacchia per comprare una pace fragile e falsa. Vedo, con dolore e non con accusa verso singole persone, lo stesso spirito di rinuncia in diverse cancellerie europee di oggi, penso in particolare all'atteggiamento del governo britannico, incline a percorrere sentieri già battuti di sottomissione davanti a chi vuole imporre al mondo il buio del fanatismo religioso. Il totalitarismo, ieri, parlava tedesco; oggi si maschera diversamente ma il rifiuto della verità che lo rende possibile è lo stesso.
La pedina di scambio resta la stessa: ieri i confini di una nazione sovrana europea, poi il popolo ebraico nella Shoah, oggi di nuovo il popolo ebraico e lo Stato d'Israele. Ne ho scritto altrove sul mio blog a proposito di Nir Oz, il kibbutz al confine con Gaza che era un giardino di convivenza ed è diventato il simbolo di un dolore che non è teoria, ma la torura, lo stupro, il rapimento di madri, padri, bambini. E ne ho scritto a proposito dell'ennesimo tentativo, questa volta dell'UNESCO, di riscrivere la storia della Samaria: nessun nome coniato a tavolino può cancellare una memoria scritta nella Torah e scolpita nella pietra delle scoperte archeologiche.
Nelle scorse settimane abbiamo letto la Parashà di Ki Tavo, con il suo severo ammonimento sulle benedizioni e le maledizioni legate alle nostre azioni [^8]. Ne porto il tema centrale: la responsabilità di scegliere. Scegliere la vita, per la tradizione ebraica, non significa sopravvivere a qualsiasi costo accettando il ricatto del male, ma difendere ciò che rende la vita degna di essere vissuta [^9].
Mentre le porte di Rosh Hashanà si aprono, le parole dell'Unetanneh Tokef preghiera che si trova nel Musaf di Rosh Hashanà e Yom Kippur, ci accompagna nei Giorni Solenni ricordandoci che in questi giorni si decreta il destino non solo dei singoli, ma dei popoli e delle nazioni: chi vivrà e chi non vivrà, quali terre conosceranno la carestia e quali la pace. Nessun calcolo geopolitico mette al riparo da questa bilancia morale. Ma la stessa liturgia insegna che Teshuvà, Tefillà e Tzedakà possono addolcire il decreto ed è questa, credo, la vera Teshuvà collettiva di cui l'Occidente ha bisogno: non un esercizio teorico, ma il coraggio di smettere di sacrificare Israele, di riscoprire la sacralità della giustizia e della verità, e di chiamare il terrorismo e l'estremismo con il loro vero nome.
Con questa speranza, auguro a Israele e a chi sceglie di non piegarsi all'oscurità
Shabbat Shalom
ve
Shanah Tovah Umetukah.
Che sia un anno buono e dolce, di risveglio, di forza morale, di verità e di pace vera per tutto il popolo d'Israele.
Ketivà va-chatimà tovà.
Ci risentiamo a Cheshvan 5787

[^1]: Libro di Giona, letto nel pomeriggio di Yom Kippur — https://www.sefaria.org/Jonah.1
[^2]: Giona 4:2 — https://www.sefaria.org/Jonah.4.2
[^3]: Shemot 34:6-7, i tredici attributi — https://www.sefaria.org/Exodus.34.6-7 (confrontare la formula completa con l'omissione in Giona 4:2)
[^4]: Bereishit Rabbah 12:15, il Midrash dei bicchieri — https://www.sefaria.org/Bereishit_Rabbah.12.15 il riferimento più diffuso a questo Midrash è su Elokim/Din e YHVH/Rachamim in relazione a Bereishit 1:1;
[^5]: Vayikrà 19:18 — https://www.sefaria.org/Leviticus.19.18
[^6]: Rabbi Akiva, "Klal Gadol BaTorah" — Sifra, Kedoshim (Torat Kohanim); https://www.sefaria.org/Jerusalem_Talmud_Nedarim.9.4
[^7]: Talmud Bavli, Shabbat 31a — https://www.sefaria.org/Shabbat.31a
[^8]: Devarim 27-28, Parashat Ki Tavo, benedizioni e maledizioni — https://www.sefaria.org/Deuteronomy.28
[^9]: Il collegamento tra scegliere la vita (Dt 30:19) e il rifiuto della resa davanti al male è un'interpretazione mia (radicata nella tradizione) ma credo sia corretto segnalarla come lettura dell'autore, non come dato testuale diretto (Parashat Nitzavim) — https://www.sefaria.org/Deuteronomy.30.19 —




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